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La trappola di Ceuta e la lezione del 1975: così il Marocco usa le masse per piegare l’Europa

Oltre 60 mila persone spingono sui confini di Ceuta: il Marocco riattiva la tattica della Marcia Verde del 1975, usando le masse per piegare un’Europa indecisa e costringerla a cedere.

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Ceuta rischia il collasso travolta da una pressione senza precedenti. Oltre 60 mila persone spingono sui confini dell’enclave spagnola, trasformando la frontiera in una trincea e mettendo a nudo la cronica debolezza dell’Unione Europea nella difesa del proprio territorio.

Non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa o casuale. Rabat ha rispolverato una strategia aggressiva e collaudata, capace di trasformare le masse popolari e il nazionalismo religioso in una formidabile arma geopolitica per mettere l’Europa davanti al fatto compiuto.

Per capire l’efficacia spietata di questo metodo occorre tornare al novembre del 1975. La Spagna attraversava una paralisi politica drammatica, con il dittatore Francisco Franco ormai in punto di morte e un governo incapace di gestire la transizione. Madrid gestiva il Sahara Occidentale dal 1884, ma il suo governo sull’area era ormai agli sgoccioli. Si trattava di capire chi avrebbe preso l’eredità di questo governo ormai alla fine.

Il re del Marocco Hassan II intuì la vulnerabilità di Madrid e ideò un’operazione geniale quanto cinica: la Marcia Verde. Circa 350 mila civili disarmati furono inviati nel Sahara Spagnolo con bandiere, corani e ritratti del sovrano.

I civili servirono da scudo umano. L’esercito spagnolo, pur superiore sul piano militare e schierato dietro linee minate, ricevette l’ordine di non sparare per evitare un massacro dai risvolti mediatici e politici catastrofici.

Immagine dalla Marcia Verde

Con quella mossa, Rabat azzerò la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia. Pochi giorni prima, i giudici dell’Aja avevano respinto le pretese territoriali marocchine, sancendo il diritto all’autodeterminazione del popolo Sahrawi.

Mentre la massa civile avanzava nei campi di tende allestiti a Tarfaya e penetrava oltre confine, la diplomazia di Madrid crollò. Il timore di una guerra coloniale trascinata spinse il principe Juan Carlos e il governo spagnolo a firmare gli Accordi di Madrid del 14 novembre 1975.

La Spagna cedette il controllo della colonia al Marocco e alla Mauritania, ignorando la popolazione locale. Per salvare le apparenze e tutelare gli interessi economici, Madrid mantenne il 35% delle quote nelle ricche miniere di fosfati di Bou Craa e diritti di pesca sulle coste.

Quel calcolo si rivelò un’illusione. Rabat prese il controllo quasi totale della regione e delle sue risorse, innescando un conflitto decennale con il Fronte Polisario sostenuto dall’Algeria, con enormi costi d’instabilità per tutto il Mediterraneo. Attualmente il gioco ha pagato per il Marocco che, praticamente, nonostante la contestazione algerina, ha annesso il paese.

La meccanica di questo ricatto sfrutta le regole e le fragilità delle democrazie occidentali. Un governo europeo non può usare la forza contro masse civili senza subire dure condanne interne ed estere.

Il Marocco utilizza il nazionalismo e l’identità islamica come collante per mobilitare la popolazione a costo zero. Nel 1975 la scusa fu la “riunificazione con la madrepatria”, oggi la pressione demografica sulle enclavi di Ceuta e Melilla serve a dettare le condizioni a Bruxelles.

Ogni volta che l’Unione Europea esita su concessioni commerciali, risorse idriche o accordi pescherecci, le maglie dei controlli marocchini si allargano. Migliaia di persone vengono lasciate avanzare verso la sponda europea.

I governi europei, specie quelli d’orientamento progressista come l’esecutivo guidato da Pedro Sánchez, cedono regolarmente a questa pressione. Nel 2022 Sánchez ha ribaltato la storica posizione spagnola, allineandosi al piano di autonomia marocchino sul Sahara Occidentale.

Un cedimento diplomatico che non ha garantito alcuna stabilità. L’esperienza dimostra che cedere al ricatto del fatto compiuto aumenta solo la posta in gioco per le crisi successive, indebolendo la credibilità dell’intera Unione.  Rabat ha capito che il governo spagnole è debole di fronte alle pressioni delle migrazioni di massa: del resto Madrid ha regolarizzato un milione di migranti irregolari, dimostrando di non saper risolvere il problema.

Rabat ha capito la lezione meglio di Bruxelles. Per mettere in ginocchio una burocrazia sovranazionale non servono eserciti tradizionali, ma la capacità di sfruttare la pressione demografica e l’identità nazionale contro un interlocutore privo di visione strategica.

Una sentenza sbagliata da parte della Corte Suprema spagnola unita alla visita di Sanchez in Algeria, con il miglioramento dei rapporti di Madrid con l’avversario storico del Marocco, casualmente ha coinciso con l’invasione del territorio spagnolo in Nord Africa.

La Spagna cosa fa? Invece di bloccare le frontiere e minacciare ritorsioni commerciali attraverso la UE (Il Marocco gode di un regime incredibilmente favorevole dal punto di vista commerciale) attacca l’Italia. Con quest’ottica non si va da nessuna parte.

Finché gli esecutivi europei non ritroveranno il coraggio di tutelare le proprie frontiere con fermezza e senza complessi d’inferiorità, la storia continuerà a ripetersi. E il conto da saldare sarà ogni volta più salato.

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