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Stretto di Hormuz: il petrolio torna a scorrere sotto il tiro dei missili, ma la vera trappola si stringe sull’Iran

Hormuz non si ferma: il greggio saudita sfonda il blocco delle rotte, mentre Teheran colpisce 19 navi ma rischia l’isolamento fatale.

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Diciannove navi commerciali bersagliate in appena quarantotto ore e lo spettro del blocco navale agitato come un’arma di distruzione economica: eppure, contro ogni calcolo di Teheran, le petroliere hanno ripreso a passare.

Lo Stretto di Hormuz è oggi un corridoio “quasi” aperto per il commercio mondiale, ma rischia di trasformarsi in una trappola senza uscita proprio per l’Iran, che vede svanire il proprio potere di ricatto.

I dati del traffico marittimo elaborati da Kpler e rilanciati dall’analista Rory Johnston mostrano una realtà che spiazza le cancellerie: il transito di greggio attraverso questo passaggio vitale ha recuperato circa due terzi dei volumi prebellici.

Siamo oltre quota 13,5 milioni di barili al giorno di media settimanale. Un flusso imponente che dimostra una verità pragmatica: la minaccia militare crea panico e gonfia i premi assicurativi, ma non basta a fermare i flussi reali quando la posta in gioco economica è troppo alta.

A guidare questa forzatura commerciale è l’Arabia Saudita. Riad non ha alcuna intenzione di cedere quote di mercato o farsi bloccare nei porti:

  • 5,28 milioni di barili al giorno: la media delle esportazioni saudite nei primi ventitré giorni di settembre.
  • 3,4 milioni di barili al giorno: il volume caricato direttamente dai terminali del Golfo Persico, ribaltando la ritirata strategica dei mesi scorsi.
  • Ripresa del GNL qatariota: anche Doha ha riportato le proprie navi metaniere ai massimi da due mesi lungo la medesima rotta.

Flussi petroliferi tramite lo stretto di Hormuz

Indicatore energeticoLivello attualeImpatto strategico
Flusso a Hormuz> 13,5 mln barili/giornoDue terzi del livello prebellico
Export greggio saudita5,28 mln barili/giornoMassimo dall’inizio delle ostilità
Prezzo petrolio (Brent)Circa 100 dollariAssenza di shock incontrollato
Navi colpite (ultime 48h)19 mercantiliTattica di disturbo senza blocco effettivo

Con l’oleodotto saudita Est-Ovest a mezzo servizio e oltre duecento giorni di conflitto alle spalle, il greggio staziona sui 100 dollari al barile. È un prezzo sostenuto, che tiene alta l’inflazione nei Paesi importatori e zavorra i costi di trasporto, ma è ben lontano dalle fiammate a 150 dollari che avrebbero paralizzato la produzione industriale occidentale. La situazione appare sotto controllo, tutto sommato.

Qui nasce il vero grosso problema per Teheran: Hormuz funziona quasi a pieno regime per i suoi vicini e rivali, ma non garantisce alcuna sicurezza alla Repubblica Islamica. L’azione militare iraniana – culminata nel lancio di droni e proiettili contro 19 navi autorizzate – rivela debolezza negoziale più che supremazia navale. Danneggiare qualche scafo impone costi a chi naviga, ma non interrompe la catena di fornitura.

Nel frattempo, il quadro geopolitico peggiora rapidamente per la dirigenza iraniana. Donald Trump ha respinto con freddezza la bozza di tregua di sette giorni avanzata da Teheran, lasciando il ministro degli Esteri Abbas Araghchi in vana attesa di conferme tramite i mediatori di Pakistan e Qatar. Washington ha già fatto capire che il conto vero verrà presentato dopo le elezioni di metà mandato.

Senza più la leva del blocco energetico globale, l’Iran resta esposto al rischio di attacchi mirati. Se gli Stati Uniti decideranno di colpire le infrastrutture strategiche, a cominciare dal terminal dell’isola di Kharg da cui parte quasi tutto l’export iraniano, il Paese perderà l’unica fonte vitale di valuta estera, finendo strangolato in una crisi fiscale e di raffinazione senza precedenti. Il blocco di Hormuz fa molta meno paura, agli altri paesi.

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