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L’illusione dell’intelligenza artificiale si schianta nel deserto: Oracle resta intrappolata nel mega data center
Il colosso informatico prova a sganciarsi dal mega cantiere da centinaia di miliardi in New Mexico, ma i contratti lo inchiodano: pagherà interessi e rendimenti per un impianto senza corrente.

Il miraggio dell’espansione senza limiti dell’intelligenza artificiale ha appena impattato contro un muro di cemento. Nel deserto del New Mexico, il faraonico cantiere da centinaia di miliardi di dollari promosso da Oracle è finito su un binario morto.
Colto dal panico per i ritardi, il colosso informatico ha tentato la fuga legale dichiarando la “forza maggiore“. La mossa, però, si è trasformata in un boomerang: Oracle resterà contrattualmente obbligata a pagare miliardi agli investitori, anche per un impianto vuoto e privo di corrente elettrica.
La vicenda segna la prima vera crepa nel modello di sviluppo delle infrastrutture digitali americane. Non siamo davanti a un semplice imprevisto burocratico, ma a una bomba a orologeria finanziaria che coinvolge grandi banche internazionali, fondi d’investimento e i piani di sviluppo di OpenAI.
Il colosso dai piedi d’argilla: cos’è Project Jupiter
Il progetto in questione si chiama Project Jupiter e sorge su oltre 1.400 acri (566 ettari) nella contea di Doña Ana. La struttura era stata progettata per assorbire fino a 2,45 gigawatt di potenza, una quantità mostruosa di energia, paragonabile al fabbisogno di circa 1,8 milioni di abitazioni o oltre due grossi reattori nucleari.
Questo impianto rappresentava il fiore all’occhiello del piano infrastrutturale “Stargate“, presentato con grande enfasi da Donald Trump all’inizio del suo secondo mandato presidenziale, insieme ai vertici di SoftBank, OpenAI e della stessa Oracle.
L’obiettivo dichiarato era garantire agli Stati Uniti il primato assoluto nella capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale. Nessuno, tuttavia, sembrava aver fatto i conti con i vincoli fisici della realtà materiale.
Il trucco della forza maggiore e la trappola dei contratti
Di fronte all’impossibilità di allacciare l’impianto alla rete elettrica nei tempi previsti, Oracle ha inviato una notifica formale di forza maggiore allo sviluppatore del sito, una divisione del fondo d’investimento Blue Owl Capital.
In ambito contrattuale, la causa di forza maggiore serve a liberare un’azienda dai propri doveri quando intervengono disastri imprevedibili, come guerre o calamità naturali. Oracle sperava così di sospendere il pagamento dei canoni di locazione previsti per la prima metà del 2027.
La risposta dei mercati e dei legali è stata gelida. Come rivelato dal Financial Times, la complessa architettura finanziaria non prevede sconti:
- Il rischio della fornitura elettrica ricade interamente su Oracle e non sugli investitori.
- Anche congelando l’affitto puro, Oracle deve versare i cosiddetti “costi di mantenimento” per almeno tre anni.
- Questi versamenti devono coprire per intero gli interessi sul debito bancario e garantire un rendimento minimo al capitale di Blue Owl.
In parole povere: le garanzie sul valore residuo, create dall’ingegneria finanziaria per rassicurare i creditori, si sono attivate con cinque anni di anticipo rispetto alle previsioni. Del resto realizzare un datacenter senza dotarlo di energia elettrica non è un qualcosa di imprevisto.
I blocchi reali: quando mancano tubi, acqua e permessi
Per quale motivo un cantiere tanto strategico si è bloccato? La risposta non risiede nei codici informatici, ma nella geografia e nelle risorse primarie.
Il piano prevedeva l’uso di celle a combustibile fornite da Bloom Energy, alimentate a gas naturale. Tuttavia, la costruzione del gasdotto di supporto gestito da Energy Transfer ha subito uno stop pesante: l’ufficio statale del territorio del New Mexico ha respinto le autorizzazioni per il tracciato, facendo slittare i lavori di almeno sei mesi, a inizio 2027.
A questo intoppo tecnico si è aggiunta una decisa protesta delle comunità locali. I residenti hanno contestato il consumo sconsiderato di riserve idriche in una zona arida e le emissioni inquinanti prodotte dagli impianti a gas. In vista delle elezioni politiche di metà mandato, la difesa dell’ambiente locale è diventata una bandiera politica, togliendo terreno sotto i piedi a Oracle.
| Soggetto coinvolto | Ruolo nel progetto | Rischio economico immediato |
| Oracle | Inquilino principale e garante | Obbligo di pagare spese passive su un debito societario già pari a 167 miliardi |
| Blue Owl Capital | Finanziatore di capitale di rischio | Crollo delle quotazioni azionarie e contenzioso sui contratti |
| Consorzio Bancario | Erogatore del prestito da 18 miliardi | Prestiti finiti sotto stress, scambiati sotto i 90 centesimi per dollaro |
| OpenAI | Utilizzatore finale della potenza | Mancanza di capacità di calcolo e ostacolo per la quotazione in borsa |
Il contagio finanziario scuote Wall Street
Le ricadute finanziarie di questo stallo sono pesanti e immediate. Un consorzio di oltre venti istituti di credito internazionali, guidato da giganti come Goldman Sachs, BNP Paribas, SMBC e MUFG, aveva stanziato un prestito per la costruzione pari a 18 miliardi di dollari.
Le banche speravano di rivendere queste quote di debito ad altri fondi pensione e investitori istituzionali. L’operazione è fallita: nessuno vuole acquistare prestiti legati a un’opera bloccata. I titoli di credito sono crollati sul mercato secondario sotto i 90 centesimi per dollaro, segnale inequivocabile di forte allarme finanziario.
Per Oracle la situazione si fa delicata. Il gruppo possiede già un debito complessivo di 167 miliardi di dollari, accumulato per sostenere la corsa all’hardware avanzato. Il costo delle polizze di assicurazione contro il fallimento dell’azienda (i cosiddetti Credit Default Swap) ha toccato nuovi massimi storici. Intanto i costi per il debito sono ai massimi, anche per l’aumento dei tassi:
Effetto domino su OpenAI e sulla corsa tecnologica
Le conseguenze pratiche travalicano i confini del New Mexico. Senza l’avvio tempestivo di Project Jupiter, OpenAI rischia di trovarsi priva della potenza di calcolo necessaria per addestrare e far funzionare i suoi nuovi modelli.
La società guidata da Sam Altman aveva stipulato un’intesa da 400 miliardi di dollari con Oracle e SoftBank per assicurarsi cinque centri operativi. Questo blocco rischia di mandare all’aria le tempistiche e i bilanci societari, gettando pesanti ombre sulla tanto attesa quotazione in borsa di OpenAI.
La crisi non risparmia neppure il colosso giapponese SoftBank. Il secondo grande data center della scuderia, SB Energy, progettato per raggiungere la cifra record di 8 gigawatt, ha dovuto rinviare la propria offerta pubblica di vendita a causa delle medesime problematiche di permessi e rete elettrica.
La dura lezione della realtà materiale
L’illusione che basti una montagna di denaro per creare all’istante infrastrutture energivore si infrange contro la realtà fisica. La rete elettrica degli Stati Uniti è satura, obsoleta e sostanzialmente ferma a circa 1.200 gigawatt di capacità complessiva, mentre la Cina viaggia a oltre 4.000 gigawatt con incrementi costanti.
I contratti societari e i veicoli finanziari costruiti per nascondere i debiti fuori dai bilanci non producono kilowattora. Oracle si ritrova con le tasche bucate a pagare investitori furiosi per un terreno arido, ricordando a tutto il settore che la finanza creativa non può sostituire la pianificazione industriale.








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