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Spagna: sussidi di disoccupazione shock. Metà di chi li percepisce lavora già o non vuole lavorare
Un’analisi shock sui dati dell’Istituto di Statistica svela il fallimento del welfare: quasi il 47% di chi riceve l’assegno di disoccupazione non cerca lavoro o risulta già occupato. Ecco come le distorsioni normative stanno bruciando miliardi di risorse pubbliche.

Un corto circuito statistico e finanziario sta scuotendo le fondamenta del welfare europeo, svelando un enorme buco nero nella gestione dei soldi pubblici. Gli ultimi dati ufficiali rivelano una realtà sconcertante in Spagna: quasi la metà di coloro che incassano l’assegno di disoccupazione non si trova affatto in una condizione di disoccupazione reale.
Mentre i governi sbandierano il successo delle proprie politiche di protezione sociale, i numeri interni raccontano una storia di profonde distorsioni economiche. Un sistema che, invece di traghettare le persone verso un nuovo impiego, finisce per finanziare l’inattività o, paradossalmente, chi un’occupazione ce l’ha già.
Il caso spagnolo: la matematica non è un’opinione, la politica sì
Il recente scontro statistico tra l‘INE (l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo) e il SEPE (il Servizio pubblico per l’impiego) ha fatto saltare il coperchio della pentola. Secondo l’Indagine sulla Forza Lavoro (EPA), che segue i rigidi criteri internazionali dell’OIL, la situazione è a dir poco paradossale.
Su 1,75 milioni di persone che percepiscono un sussidio, solo il 53,1% è davvero disoccupato, ossia senza un lavoro e alla ricerca attiva di uno. E il restante 46,9%? La risposta solleva più di un dubbio sulla reale efficacia della spesa pubblica.
Dove finiscono i soldi del welfare?
I dati disaggregati mostrano chiaramente come i fondi pubblici prendano strade del tutto inaspettate:
- Inattivi cronici (716.600 persone): Individui che incassano l’assegno ma hanno smesso di cercare un impiego. Tra questi, quasi i due terzi sono impegnati in lavori domestici e il 20% è composto da studenti.
- Occupati di fatto (104.600 persone): Cittadini che, pur lavorando, continuano a ricevere legalmente o per distorsioni normative una qualche forma di sostegno alla disoccupazione.
A fronte di questa pioggia di sussidi a pioggia, si consuma un’altra ingiustizia: meno della metà dei veri disoccupati (appena il 45,9% di chi è iscritto alle liste) riesce ad accedere a un aiuto economico. Se consideriamo la totalità dei disoccupati reali nel Paese, la copertura crolla a un misero 34,4%. La Spagna dà a chi non dovrebbe avere sussidi, non li dà a chi ne ha diritto. Un bel successo per il governo Sanchez.
La giungla dei contratti e il divario dei dati
Com’è possibile che il Ministero del Lavoro locale continui a vantare tassi di copertura superiori all’80%? La risposta sta nei trucchi contabili delle formule amministrative. Il sistema ufficiale esclude dal calcolo ampie fette di popolazione o include categorie ambigue nate dalle ultime riforme del lavoro, come i lavoratori stagionali inattivi (fijos discontinuos).
| Stato del Beneficiario (Dati EPA) | Numero di Persone | Percentuale sul Totale |
| Disoccupati Reali (Cercano lavoro) | 931.300 | 53,1% |
| Inattivi (Non cercano lavoro) | 716.600 | 41,0% |
| Occupati (Hanno un impiego) | 104.600 | 5,9% |
Questo divario tra la realtà sul campo e i registri dei ministeri è raddoppiato negli ultimi anni. Le riforme strutturali pensate per “razionalizzare” la spesa hanno finito per creare un bacino di assistenzialismo permanente che altera i meccanismi di domanda e offerta sul mercato del lavoro.
Il vicolo cieco delle “politiche attive”: il confronto con l’Italia
Le ricadute economiche di questo modello sono pesanti. Soldi che dovrebbero andare ai veri disoccupati continuano ad essere distribuiti a chi lavora, senza interruzione di continuità, mentre chi è fuori dal sistema non riceve nulla.
La situazione appare ancora più grottesca se guardata dall’Italia. Nel nostro Paese il meccanismo è opposto e altrettanto inefficiente: i disoccupati accedono a una NASPI temporanea, dopodiché, esaurito il periodo di copertura, vengono lasciati a se stessi. Parlare di politica dell’occupazione è un termine un po’ forte.
Il vero fallimento comune a entrambe le sponde del Mediterraneo è l’assenza totale di politiche attive del lavoro. I centri per l’impiego si confermano costosi uffici burocratici capaci solo di registrare codici fiscali, anziché incrociare le competenze richieste dalle imprese con quelle dei lavoratori. Finché il welfare finanzierà lo status quo invece della ricollocazione, i contribuenti continueranno a pagare il conto di mercati del lavoro strutturalmente bloccati. Nello stesso tempo le aziende hanno posti di lavoro non occupati e la stessa Pubblica Amministrazione, nello stesso tempo, non riesce a coprire tutte le posizioni.







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