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Spagna, l’inganno della crescita: dietro il presunto “miracolo” c’è l’esplosione della spesa e una bomba pensioni fuori controllo

Mentre Madrid viene elogiata per il PIL, i dati svelano la realtà: la spesa pubblica vola quattro volte più veloce che in Germania e il 94% finisce nel welfare. Il debito tocca record assoluti e l’effetto dell’inflazione maschera una bomba a orologeria.

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La narrazione ufficiale racconta che la Spagna sia la nuova locomotiva d’Europa. I dati sul PIL dipingono un quadro all’apparenza invidiabile, con una crescita che viaggia a quasi tre volte la media dell’Eurozona.

Eppure, dietro questa scintillante vetrina si nasconde una realtà molto meno glamour: la crescita non è trainata da investimenti privati o da una ritrovata efficienza produttiva, ma da un’iniezione continua di spesa pubblica a debito che sta creando una voragine permanente nei conti statali.

Se si scava sotto la superficie dei comunicati entusiasti, emerge un paradosso inquietante: Madrid continua a bruciare risorse correnti e ad accumulare nuovo debito anche durante la fase più favorevole del ciclo economico.

Il confronto: una spesa quattro volte più veloce di quella tedesca

I dati dell’ultimo rapporto della banca d’investimento Natixis, ripreso da El Economista, basati sulle rilevazioni Eurostat, mostrano l’anomalia spagnola rispetto agli altri grandi partner dell’area euro. Dal 2000 a oggi, la spesa pubblica iberica è passata dal 39% al 45,5% del PIL, con un balzo di 6,4 punti percentuali.

Per comprendere la portata di questo incremento, basta osservare come si sono mossi gli altri principali Paesi nello stesso arco temporale:

PaeseVariazione spesa pubblica su PIL (2000-2024)Variazione spesa sociale su PIL
Spagna+6,4%+6,0%
Francia+4,3%+2,8%
Italia+4,0%+4,5%
Germania+1,4%+0,5%

In termini relativi, l’espansione del settore statale a Madrid è cresciuta a una velocità più che quadrupla rispetto a quella della Germania. La Spagna non ha semplicemente colmato un ritardo storico: ha aumentato il peso dello Stato sull’intera economia a ritmi senza paragoni nell’Eurozona.

Analisi della spesa pubblica dei principali paesi europei comparata (el Economista)

Dove sono finiti i soldi: il 94% divorato dalla protezione sociale

La questione cruciale non risiede soltanto nella quantità di denaro spesa, ma nella sua composizione. Se queste risorse fossero state impiegate in ferrovie, reti energetiche, telecomunicazioni o ricerca industriale, avrebbero creato moltiplicatori capaci di ripagare il debito nel tempo.

La realtà dei numeri certifica invece un quadro opposto. Secondo Natixis, ben 6 punti percentuali di PIL sui 6,4 complessivi sono stati assorbiti esclusivamente dalla protezione sociale. In pratica, il 94% dell’intero aumento netto della spesa pubblica spagnola dell’ultimo quarto di secolo è andato a finanziare uscite correnti e assistenziali.

Al centro di questa spirale ci sono i trattamenti previdenziali. A differenza di una spesa per un’opera pubblica, che una volta terminata non pesa più sul bilancio, le pensioni costituiscono un impegno rigido, vincolante e indicizzato che lo Stato assume per decenni.

I calcoli dell’economista Santiago Calvo documentano l’impatto reale: a parità di potere d’acquisto, la spesa per le pensioni contributive è passata dai 104,3 miliardi di euro del 2005 ai 189,6 miliardi del 2025. Un’impennata reale dell’81,7%, che costringe oggi l’amministrazione centrale a trasferire ogni anno quasi 60 miliardi di euro alla previdenza per evitarne il dissesto.

L’illusione ottica del debito e l’effetto denominatore

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché i mercati e le istituzioni europee non lanciano l’allarme? Il motivo risiede in un noto meccanismo contabile: l’effetto denominatore.

Il rapporto debito/PIL è una frazione matematica. Se il denominatore – ossia il PIL nominale, ingrossato da una crescita reale al 2,6% e da un’inflazione al consumo vicina al 4% – cresce rapidamente, il valore percentuale scende in automatico, anche se lo Stato non rimborsa un solo euro.

Grazie a questa dinamica, il debito spagnolo è scivolato formalmente sotto la soglia psicologica del 100% del PIL, attestandosi al 99,9%. Sembra un segnale di risanamento, ma la realtà sottostante è ben diversa.

In valori assoluti, il debito non scende affatto: continua a salire a un ritmo annuo del 3,8%, raggiungendo la cifra record di 1.744 miliardi di euro. Madrid sta galleggiando sul mare mosso dell’inflazione, mentre la zavorra finanziaria continua ad appesantirsi. Se l’economia rallenterà anche di poco, e con lei l’inflazione, la situazione imploderà rapidamente. 

L’occasione perduta in attesa che la marea si ritiri

In un contesto ideale di forte crescita nominale, un governo avveduto dovrebbe generare consistenti avanzi primari per abbattere l’indebitamento pregresso e creare riserve fiscali da usare nei momenti di crisi.

La Spagna, al contrario, continua a registrare un deficit di bilancio stimato al 2,6% del PIL. Il Paese spende sistematicamente più di quanto incassa, approfittando dell’euforia momentanea dei mercati e ignorando che i tassi di rifinanziamento sui titoli di Stato sono oggi assai più elevati rispetto a pochi anni fa.

Cosa accadrà quando la crescita fisiologicamente rallenterà e l’inflazione rientrerà nei ranghi? Il meccanismo del denominatore smetterà di funzionare come anestetico.

A quel punto, la Spagna si ritroverà con un monte debitorio gigantesco, tassi elevati e una spesa per pensioni impossibile da ridurre per legge. Un cocktail micidiale che rischia di trasformare l’attuale festa a debito in un durissimo piano di austerità forzata.

 

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