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Sospensione del Patto di stabilità: opposizione, se ci sei batti un colpo

La crisi energetica strangola l’economia: il governo Meloni chiede lo stop al Patto di Stabilità attivando l’Articolo 26. L’opposizione di Schlein e Conte sceglierà il tatticismo o la difesa unanime delle nostre imprese?

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C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui la politica è chiamata a compiere un salto di qualità. Non un aggiustamento tattico, non una sfumatura retorica, ma una scelta netta: stare dalla parte del Paese oppure rifugiarsi nell’ambiguità. Quel momento non è domani: è adesso. È esattamente il passaggio che l’Italia sta attraversando.

La crisi energetica che colpisce famiglie e imprese non è più un fenomeno congiunturale. È ormai una variabile strutturale di instabilità globale, con effetti che attraversano l’intero sistema economico: costi industriali fuori controllo, margini compressi, perdita di competitività, potere d’acquisto eroso. Non c’è settore che ne sia immune, non c’è bilancio aziendale che non ne risenta, non c’è famiglia che non ne avverta il peso. E ciò che più preoccupa è la sua persistenza: non una fase temporanea, ma una pressione destinata a durare.

A rendere il quadro ancora più critico è l’assenza di una prospettiva chiara di rientro. Non si intravede, nel breve periodo, una via d’uscita ordinata. Continuare a utilizzare strumenti ordinari di fronte a una crisi straordinaria significa, di fatto, non comprenderne la natura. È qui che si misura la capacità della politica: interpretare la realtà, non subirla.

In questo contesto si inserisce la richiesta avanzata con forza dal governo italiano, in particolare dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, di sospendere il Patto di stabilità e crescita, attivando le clausole di salvaguardia previste per eventi eccezionali. Non si tratta di una forzatura ideologica, ma di una risposta necessaria a una situazione oggettivamente straordinaria.

Del resto, le regole europee già prevedono questa possibilità. L’articolo 26 del nuovo impianto di governance fiscale consente la sospensione dei vincoli in presenza di shock esterni gravi e non imputabili agli Stati membri. E la crisi energetica globale, per ampiezza e profondità, rientra pienamente in questa definizione. Se non è questo il caso, allora è legittimo chiedersi cosa lo sia.

A fronte di una maggioranza compatta su questa linea, l’opposizione appare invece incerta, frammentata, priva di una posizione chiaramente riconoscibile. In sede europea, il tema è stato sì evocato, ma in modo debole, interlocutorio, privo della necessaria incisività politica, più come verifica teorica che come proposta concreta. Un segnale che evidenzia una difficoltà ad assumere una posizione netta.

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha espresso critiche al Patto, ricordando che il PD non lo ha sostenuto. Una posizione coerente con quanto avvenuto due anni fa. Ma proprio questa coerenza dovrebbe tradursi oggi in una proposta esplicita, non limitarsi a una contestazione retrospettiva.

Analogamente, Giuseppe Conte, insieme ai leader di Alleanza Verdi-Sinistra, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, ha più volte richiamato l’attenzione sugli effetti sociali della crisi. Ma tra la denuncia e la proposta esiste una distanza che, su questo tema, non è ancora stata colmata.

Ed è proprio qui che emerge una contraddizione difficilmente ignorabile. Due anni fa, quando il nuovo Patto di stabilità veniva approvato, la totalità delle forze politiche oggi in Parlamento scelsero di non sostenerlo: chi votando contro, chi astenendosi. Una posizione che, è bene ricordarlo, accomunava allora anche i partiti che oggi compongono l’attuale maggioranza di governo, segno di una critica ampia e trasversale verso quelle regole. Si trattava di un giudizio chiaro: un impianto considerato troppo rigido, incapace di adattarsi a crisi sistemiche. Una valutazione condivisa che oggi renderebbe naturale una convergenza sulla richiesta di sospensione. E invece, nel momento in cui quella critica potrebbe tradursi in iniziativa politica, l’opposizione sembra fermarsi sulla soglia della decisione.

Eppure, proprio nelle ultime ore, è arrivato un segnale che dimostra come un’altra strada sia possibile. Di fronte alle sguagliate dichiarazioni di Donald Trump, l’opposizione ha scelto di fare quadrato attorno al governo italiano, riconoscendo nella leadership di Giorgia Meloni il riferimento istituzionale da difendere, al di là delle appartenenze politiche. Una scelta giusta, responsabile, che distingue tra il confronto politico e l’interesse nazionale.

Se questo principio vale in politica estera, perché non dovrebbe valere anche in politica economica? Perché non dovrebbe valere quando sono in gioco la sopravvivenza delle imprese, la stabilità dei conti aziendali, il potere d’acquisto delle famiglie? Perché non dovrebbe valere quando è necessario utilizzare strumenti straordinari per affrontare una crisi straordinaria? È qui che si misura la coerenza della politica.

La sospensione del Patto di stabilità non è un atto ideologico, ma una scelta di realismo economico. Significa riconoscere che le regole non possono trasformarsi in vincoli ciechi quando la realtà cambia radicalmente. Significa mettere l’economia reale davanti ai formalismi. L’Europa lo ha già fatto durante la pandemia, dimostrando flessibilità e capacità di adattamento. Oggi la sfida è diversa, ma non meno grave. Ignorarlo significherebbe ripetere errori già commessi.

La domanda, dunque, è semplice: l’opposizione intende restare nell’ambiguità o assumersi la responsabilità di una posizione chiara? Le imprese non possono attendere. Le famiglie non possono attendere. E il Paese non può permettersi esitazioni. Serve una linea netta. Serve una voce unitaria. Serve lo stesso spirito di responsabilità dimostrato nel difendere il Paese sul piano internazionale. Serve trasformare un’unità episodica in una strategia politica.

Perché il punto è uno solo: un Paese diviso conta meno. Un Paese unito pesa di più. La crisi energetica è il banco di prova. Non solo per il governo, ma per l’intero sistema politico. E in questo banco di prova, l’unità nazionale non è un’opzione: è una necessità. L’opposizione ha dimostrato di saperla praticare quando era in gioco la dignità del Paese. Ora deve dimostrarlo anche quando è in gioco la sua economia. Perché difendere l’Italia significa anche avere il coraggio di chiedere all’Europa ciò che le sue stesse regole prevedono: flessibilità, quando è davvero necessaria.

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

 

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