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Sospendere il Patto non è un favore al governo, ma una necessità per l’Italia

Le regole fiscali europee sono già superate. Mentre Governo, imprese e sindacati chiedono in coro uno scudo contro i rincari e per gli investimenti, Bruxelles frena e la sinistra si spacca per convenienza politica. Ecco i numeri che dimostrano l’urgenza di allentare i vincoli per salvare l’industria italiana dalla stagnazione.

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Se regole appena riformate risultano già inadeguate, il problema non è l’economia: è il sistema che pretende di governarla.

Il dibattito sulla sospensione del Patto di stabilità e crescita sta conoscendo nelle ultime settimane un’accelerazione significativa, che riflette non tanto un mutamento ideologico improvviso, quanto piuttosto la presa d’atto di un contesto economico e geopolitico profondamente deteriorato. Non si tratta più di una discussione teorica sulla disciplina di bilancio, ma della verifica concreta della tenuta delle regole europee di fronte a una realtà ormai radicalmente diversa. Guerra, tensioni energetiche e rallentamento ciclico stanno riportando al centro una questione che l’Unione europea aveva ritenuto chiusa con la riforma approvata nel 2024.

È opportuno ricordare un dato politico spesso rimosso: il nuovo Patto è stato approvato dal Parlamento europeo senza il sostegno degli europarlamentari italiani, che si sono espressi quasi totalmente con voto contrario o con l’astensione. Un elemento non secondario, perché evidenzia come le criticità dell’impianto attuale fossero già ampiamente percepite trasversalmente nel sistema politico nazionale.

Il rallentamento dell’economia europea, con una crescita ormai prossima alla stagnazione in diverse economie dell’area euro, rafforza ulteriormente la necessità di interrogarsi sulla sostenibilità di regole concepite in un contesto radicalmente diverso.

Oggi, a oltre un anno dall’approvazione della riforma e dopo diversi mesi di concreta applicazione delle nuove regole, emerge con evidenza una convergenza inedita tra governo, parti sociali e sistema produttivo italiano nel chiedere una revisione sostanziale del quadro. Le posizioni, tuttavia, non sono perfettamente sovrapponibili.

All’interno della maggioranza di governo emergono, con toni e accenti diversi, alcune sfumature sulle modalità attraverso cui perseguire un maggiore margine di flessibilità nei conti pubblici. Le differenze riguardano essenzialmente l’approccio — che va dall’ipotesi di una sospensione più ampia all’attivazione di strumenti già previsti dalle regole — ma non mettono in discussione la finalità di fondo. Su questo punto, infatti, la convergenza appare sostanziale: l’esigenza condivisa è quella di poter disporre di spazi di bilancio aggiuntivi da destinare in modo mirato al sostegno di famiglie e imprese, in particolare per attenuare l’impatto del caro energia.

Tali differenze, più che riflettere una divergenza strategica, rispondono alla necessità delle diverse componenti della coalizione di rivolgersi a sensibilità elettorali non del tutto sovrapponibili. Si tratta dunque di sfumature di linguaggio e posizionamento che non incidono sull’obiettivo comune, ma ne rappresentano una declinazione coerente rispetto ai rispettivi bacini di riferimento.

All’interno dell’esecutivo prevale pertanto una linea strategica: viene formalmente invocata una sospensione delle regole che passa dalla possibilità di attivare meccanismi analoghi alla clausola di salvaguardia già utilizzata durante la crisi pandemica.

In questo contesto, assume rilievo anche la struttura stessa del nuovo Patto, che prevede — in particolare attraverso le clausole di salvaguardia disciplinate dall’articolo 26 — margini interpretativi e discrezionali non trascurabili in capo alla Commissione europea. Si tratta di spazi che, pur formalmente incardinati nel quadro delle regole, attribuiscono a Bruxelles un’ampia capacità di valutazione nella loro applicazione concreta.

Proprio per questo, la posizione del governo italiano si colloca su un terreno di realismo istituzionale: nella consapevolezza di tali margini, la richiesta di flessibilità o di attivazione di deroghe non si configura come una forzatura, ma come l’utilizzo coerente delle leve già previste dall’ordinamento europeo. Una scelta che, lungi dal rappresentare un interesse contingente dell’esecutivo, si colloca nell’alveo dell’interesse nazionale, con l’obiettivo di proteggere il sistema economico in una fase di forte pressione sui costi energetici.

In questo contesto, è opportuno sottolineare un elemento che rafforza la credibilità della posizione italiana: la capacità dimostrata nella gestione dei conti pubblici. Il governo guidato da Giorgia Meloni, con la regia del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ha ereditato nel 2022 un deficit pari all’8,1% del PIL, riducendolo progressivamente fino al 3,07% previsto per il 2025. Un percorso di consolidamento significativo, che testimonia una gestione prudente e responsabile della finanza pubblica.

Questo dato rappresenta un passaggio cruciale nel confronto con le istituzioni europee: l’Italia dimostra di essere in grado di rispettare gli obiettivi di bilancio e di mantenere sotto controllo i conti pubblici. Di conseguenza, un’eventuale richiesta di sospensione o di maggiore flessibilità non può essere interpretata come una deroga indiscriminata o un “liberi tutti”, ma come la richiesta mirata di destinare risorse aggiuntive a interventi specifici per attenuare l’impatto del caro energia su famiglie e imprese.

Sul fronte sociale ed economico la posizione appare più netta. Le principali organizzazioni sindacali e Confindustria convergono nel ritenere che l’attuale assetto delle regole fiscali rappresenti un vincolo incompatibile con le esigenze di investimento richieste dalla transizione energetica, dalla sicurezza industriale e dalla tenuta occupazionale. In questo senso, la richiesta di sospensione o di ampia deroga viene giustificata non come scelta discrezionale, ma come necessità sistemica.

Diversa è invece la postura di una parte rilevante dell’area progressista, che nelle ultime settimane ha mantenuto una posizione prudente, se non defilata, sul tema della sospensione del Patto. Tale atteggiamento appare difficilmente spiegabile sul piano strettamente economico e più riconducibile a una lettura politica: l’eventuale allentamento dei vincoli verrebbe percepito come un vantaggio per l’attuale esecutivo. Questa reticenza appare riconducibile più alla volontà di non attribuire una vittoria politica al governo Meloni — che inevitabilmente ne rivendicherebbe il risultato — che a una valutazione di merito delle implicazioni economiche. Si tratta tuttavia di un’impostazione miope: l’eventuale allentamento dei vincoli non costituirebbe un beneficio per l’esecutivo pro tempore, ma un vantaggio esclusivamente per l’Italia nel suo complesso, indipendentemente da chi lo richiede o se ne assume la titolarità politica.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di frammentazione interna al fronte dell’opposizione. Mentre nella coalizione di centrodestra, pur con sfumature diverse, emerge una sostanziale convergenza sull’esigenza di allentare i vincoli di bilancio per fronteggiare la crisi energetica, nel campo opposto si registra una spaccatura evidente. Il Movimento 5 Stelle, guidato da Giuseppe Conte, esprime una posizione più apertamente favorevole a una revisione incisiva delle regole europee, mentre le altre componenti dell’area progressista mantengono un atteggiamento più cauto e meno esplicito.

Questa divergenza assume un rilievo politico non secondario in una fase in cui lo stesso Conte aspira a consolidare un ruolo di leadership all’interno della coalizione di opposizione: una dinamica che rende ancora più difficile la definizione di una linea unitaria su un tema strategico come la politica fiscale europea.

In questo senso, la mancata assunzione di una posizione chiara da parte dell’opposizione finisce per evidenziare una contraddizione più profonda, che trascende il perimetro nazionale: quella di una classe politica europea e nazionale che, pur avendo riconosciuto nei fatti — attraverso il voto contrario o l’astensione del 2024 — i limiti strutturali del Patto, fatica oggi a tradurre tale consapevolezza in una linea coerente di politica economica. Il risultato è uno scollamento crescente tra analisi e azione, tra consapevolezza dei vincoli e capacità di superarli, che rappresenta uno degli elementi più critici dell’attuale governance economica europea.

A livello europeo, infine, il quadro appare ancora più rigido. La Commissione e i paesi del Nord Europa continuano a escludere, allo stato attuale, l’ipotesi di qualsiasi concessione di allentamento, ritenuta giustificabile solo in presenza di una recessione grave e diffusa nell’area euro. In definitiva, il confronto su maggiore flessibilità del Patto di stabilità non rappresenta soltanto una divergenza tra Stati membri o tra forze politiche, ma il sintomo di una contraddizione più profonda dell’Unione europea. Quando regole appena riformate risultano già inadeguate alla realtà e la politica, pur consapevole dei loro limiti, esita a intervenire per ragioni di opportunità interna, il problema non è più tecnico ma strutturale.

Un sistema che non riesce ad adattare tempestivamente i propri strumenti alle condizioni economiche finisce inevitabilmente per trasformare la disciplina in rigidità e la stabilità in stagnazione. Ed è in questa deriva che si colloca oggi il vero rischio per l’economia europea: non l’eccesso di flessibilità, ma l’incapacità — tutta politica prima ancora che tecnica — di riconoscere quando le regole hanno smesso di funzionare.

Antonio Maria Rinaldi

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