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Sola nel gelo a 26 miliardi di chilometri: la Voyager 1 tocca l’incredibile soglia del «giorno-luce»
A quasi 50 anni dal lancio, la Voyager 1 supera i 25,9 miliardi di chilometri ed entra nella soglia del giorno-luce: il racconto dell’agonia e della solitudine cosmica del manufatto più remoto mai creato dall’uomo.

Il 18 novembre 2026 accadrà qualcosa che nessun manufatto umano ha mai sfiorato prima. La sonda spaziale Voyager 1 varcherà una frontiera storica: si troverà a un intero «giorno-luce» di distanza da noi.
Si tratta di una misura di spazio, non di tempo: si tratta di oltre 25,9 miliardi di chilometri di vuoto cosmico ci separeranno da quel frammento di ferro e silicio, lanciato nel 1977 e oggi sospeso nella direzione della costellazione di Ofiuco. Se dalla Terra inviamo un comando radio, viaggerebbe alla velocità della luce per ventiquattro ore esatte prima di colpire l’antenna della sonda. Per ricevere una risposta indietro servirebbero altre ventiquattro ore. Due giorni interi per un semplice “ricevuto”.
È il punto di non ritorno della tecnologia terrestre. La macchina più lontana mai costruita dall’uomo sta scivolando nell’oscurità interstellare mentre, a poco a poco, i suoi organi vitali si spengono per sempre.
Un miracolo dell’ingegneria che doveva durare cinque anni
Quando la NASA lanciò la Voyager 1 da Cape Canaveral con un razzo Titan IIIE, i tecnici le avevano assegnato un compito preciso: raggiungere Giove e Saturno, raccogliere dati e poi morire nel giro di cinque anni.
I calcoli della vigilia si sono rivelati clamorosamente conservativi. A distanza di quasi mezzo secolo, quel capolavoro di ingegneria analogica viaggia ancora a circa 61.000 chilometri orari (17 chilometri al secondo). Non tornerà mai indietro. Il tutto costruito con circuiti e transistor di una tecnologia che non esiste più, ma era molto efficace.
È una sorta di “Punto Nemo” cosmico: il luogo dell’inaccessibilità assoluta. Pensate all’abisso temporale: quando la sonda ha lasciato la rampa, in Spagna governava Adolfo Suárez all’indomani della Transizione e in Italia si usavano ancora i gettoni telefonici.
Voyager 1 nello spazio
Il dramma dell’agonia: strumenti spenti uno alla volta
La realtà dello spazio profondo non concede sconti. La sonda non viaggia su un tappeto volante, ma sopravvive grazie a generatori termoelettrici a radioisotopi che perdono potenza ogni anno.
Le telecamere sono state disattivate già nel 1990, lasciate congelare a temperature prossime allo zero assoluto. Lo scorso 17 aprile la NASA ha dovuto staccare l’alimentazione allo strumento per particelle cariche a bassa energia per risparmiare gli ultimi watt. Restano operativi solo il magnetometro e il rilevatore di onde di plasma, anch’essi condannati a spegnersi a breve.
La Voyager continuerà a correre muta, come un derelitto alla deriva, verso la stella Gliese 445 nell’Orsa Minore. La incrocerà tra circa 40.000 anni.
Mettere lo spazio in prospettiva: cosa significa misurare la luce
Niente nell’universo può superare i 300.000 chilometri al secondo della luce. Usare i chilometri per spiegare l’universo diventa ridicolo; le distanze temporali della luce sono l’unico metro reale:
- Luna: dista 384.400 km, coperti dalla luce in appena 1,3 secondi.
- Sole: circa 150 milioni di km, ovvero 8 minuti e 20 secondi-luce.
- Marte: oscilla tra i 3 e i 22 minuti-luce a seconda dell’orbita.
- Nettuno: l’ultimo pianeta del sistema solare si trova a 4 ore e 10 minuti-luce.
- Voyager 1: tocca le 24 ore-luce (1 giorno-luce completo).
| Parametro di volo | Valore registrato |
| Distanza dalla Terra | 25,902 miliardi di km (1 giorno-luce) |
| Velocità di crociera | Circa 61.000 km/h (~17 km/s) |
| Tempo di volo trascorso | 49 anni, 2 mesi e 11 giorni |
| Ritardo di trasmissione (A/R) | 48 ore complessive |
| Destinazione prevista | Stella Gliese 445 (tra 40.000 anni) |
Il disco d’oro e l’ironia dei diritti d’autore
A bordo della sonda viaggiano due dischi di rame dorato coordinati a suo tempo da Carl Sagan: una capsula del tempo con saluti in 55 lingue antiche e moderne, canti di balene, tuoni e composizioni di Bach, Beethoven e Chuck Berry.
Non mancano le beffe tipiche della nostra specie. Gli scienziati volevano inserire nel messaggio destinato agli alieni anche il brano “Here Comes the Sun” dei Beatles. Non fu possibile: la casa discografica EMI si rifiutò categoricamente di concedere i diritti d’autore. Avranno avuto paura che li alieni rubassero la canzone?
Ora quel disco ha preso il largo. Ora naviga da solo nella notte eterna, testimonianza muta e fragile di una civiltà che ha toccato le stelle prima ancora di imparare a convivere con se stessa.







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