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Secondo un sondaggio la Spagna svolta decisamente a destra: cade ultimo baluardo della sinistra europea..?

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La fotografia che arriva dalla Spagna è impietosa. Se si votasse oggi, la somma tra il Partito popolare di Alberto Núñez Feijóo e Vox di Santiago Abascal conquisterebbe tra 196 e 204 deputati, superando largamente la soglia dei 176 necessaria per la maggioranza assoluta. Ma il dato politicamente più significativo è quello territoriale: il centrodestra prevarrebbe in 38 province su 50, contro appena otto attribuite alle sinistre. Nel 2023 le province nelle quali PP e Vox avevano ottenuto più seggi del blocco progressista erano state 28. È quanto emerge dal sondaggio Sigma Dos pubblicato da El Mundo,

Naturalmente un sondaggio non è un’elezione e Pedro Sánchez ha già dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza politica. Ma questa volta non si tratta di una rilevazione isolata. Un’altra recente indagine di NC Report assegna al PP il 34,2%, al PSOE il 25,2% e a Vox il 18%, con una maggioranza potenziale di 208 seggi per il blocco conservatore. Anche Sociométrica indica una possibile maggioranza PP-Vox superiore ai 200 deputati. Le percentuali cambiano, ma la tendenza appare ormai piuttosto chiara.

È il segnale del fallimento politico di Sánchez e, più in generale, di una certa idea della sinistra europea. Per anni il premier spagnolo è stato presentato come il modello da imitare: europeista, progressista, capace di tenere insieme socialisti, sinistra radicale, indipendentisti catalani e forze regionaliste. Quella che veniva raccontata come un’operazione politica raffinata si è trasformata progressivamente in una maggioranza tenuta insieme soprattutto dalla necessità di restare al potere.

Il governo è apparso sempre più dipendente dai veti delle formazioni separatiste, mentre le concessioni sull’amnistia catalana hanno alimentato nell’opinione pubblica l’impressione che le istituzioni fossero piegate alle esigenze della maggioranza parlamentare. A questo si sono aggiunti gli scandali che hanno colpito l’area socialista, le tensioni interne alla coalizione, la crisi abitativa, le difficoltà nella gestione dell’immigrazione e una crescente distanza tra le priorità ideologiche della sinistra e le preoccupazioni quotidiane degli spagnoli.

Il successo di Vox non può essere liquidato con la solita formula dell’“allarme democratico”. Se il partito di Abascal cresce e in numerose circoscrizioni arriva a contendere al PSOE il ruolo di seconda forza, significa che una parte dell’elettorato non si sente più rappresentata dalla sinistra tradizionale. Sicurezza, controllo delle frontiere, difesa dell’identità nazionale, costo della vita e libertà economica non sono ossessioni fabbricate dalla propaganda conservatrice: sono questioni alle quali milioni di cittadini chiedono risposte.

Sánchez ha commesso lo stesso errore di molta sinistra europea: ha pensato che bastasse evocare il pericolo della destra per rendere accettabile qualsiasi compromesso e nascondere le contraddizioni della propria coalizione. Ma quando l’antifascismo rituale sostituisce il programma, quando ogni critica viene descritta come estremismo e quando l’avversario politico viene trasformato in un nemico morale, prima o poi gli elettori smettono di ascoltare.

La Spagna diventa così un avvertimento molto serio anche per la sinistra italiana. Nel Pd e nel cosiddetto campo largo si respira da qualche tempo una sicurezza forse prematura. Alcune rilevazioni hanno indicato un possibile sorpasso del centrosinistra sul centrodestra, soprattutto ipotizzando una coalizione comprendente Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e le forze centriste. Ma mettere insieme sulla carta le percentuali non significa costruire una maggioranza politica.

Elly Schlein e Giuseppe Conte restano divisi su politica estera, Ucraina, difesa europea, infrastrutture, energia, politica industriale e rapporti con le imprese. Matteo Renzi e Carlo Calenda difficilmente possono convivere senza problemi con il massimalismo di Avs e con molte posizioni del Movimento 5 Stelle. Non è ancora chiaro chi dovrebbe guidare la coalizione, quale sarebbe il suo programma e quale linea adotterebbe davanti alle principali crisi internazionali. Anche una recente simulazione sul possibile leader del campo largo ha mostrato quanto la scelta del candidato possa modificare l’esito della sfida.

Pensare di aver già vinto soltanto perché tutte le sigle dell’opposizione, sommate aritmeticamente, si avvicinano o superano per pochi decimali il centrodestra rischia di essere un abbaglio. Sánchez insegna che una coalizione costruita principalmente contro qualcuno può conquistare Palazzo Chigi o la Moncloa, ma fatica poi a governare e soprattutto a mantenere la fiducia del Paese.

Il centrodestra italiano, naturalmente, non può considerarsi al riparo. Deve affrontare il problema dei salari, della crescita, delle nuove generazioni e trasformare i risultati rivendicati dal governo in miglioramenti percepibili nella vita delle famiglie. Ma conserva un vantaggio politico fondamentale: una leadership riconosciuta, una coalizione ormai sperimentata e una maggiore chiarezza sulle questioni identitarie, sulla sicurezza e sulla collocazione internazionale dell’Italia.

La lezione spagnola è semplice. Gli elettori non assegnano vittorie in anticipo e non si lasciano convincere all’infinito dalla demonizzazione dell’avversario. Se la sinistra italiana continuerà a parlare soprattutto a se stessa, dando per scontato che basti unire tutti contro Giorgia Meloni, potrebbe scoprire alle urne ciò che Sánchez sta scoprendo oggi nei sondaggi: essere contro la destra non è ancora un progetto di governo.

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