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Se per Bruxelles il 3,1% vale come il 5%, allora tanto vale sforare

Mentre le economie globali investono per la crescita, l’Italia finisce nel mirino dell’Unione Europea per uno scostamento dello 0,1% nel rapporto deficit/Pil. Ecco perché la regola del 3% è un anacronismo e perché, paradossalmente, restare in procedura d’infrazione potrebbe garantire al nostro Paese maggiore flessibilità politica e spazi vitali per l’industria.

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Vi rendete conto? Un Paese con la seconda manifattura d’Europa, terza economia dell’Eurozona, contributore netto al bilancio comunitario, con una delle maggiori capacità di risparmio privato del continente e una struttura industriale che continua a reggere la competizione globale, viene giudicato da Bruxelles sulla base di uno 0,1% di deficit/Pil.

Non un punto intero. Non uno scostamento macroscopico. Non una deriva incontrollata dei conti pubblici. Ma un decimale, una virgola: la distanza minima che separa il 3,1% dal 3,0%, trasformata in discrimine assoluto per decidere se un Paese possa uscire o meno dalla procedura per deficit eccessivo.

È questa, ancora oggi, la fotografia più nitida dell’Unione Europea: un apparato burocratico autoreferenziale che pretende di governare economie reali, dinamiche e complesse con strumenti vecchi, rigidi, astratti e spesso privi di fondamento scientifico serio.

Perché è bene ricordarlo una volta per tutte: il parametro del 3% deficit/Pil non discende da alcuna legge economica naturale, non è il risultato di una dimostrazione accademica incontrovertibile, non rappresenta una soglia universalmente riconosciuta dalla letteratura economica. Fu una scelta politica convenzionale, elaborata in un altro secolo e in un altro contesto storico, quando si cercavano numeri semplici da inserire nell’impianto di Maastricht.

Da allora il mondo è cambiato radicalmente. Sono cambiate le catene globali del valore, i mercati finanziari, i tassi di interesse, le crisi energetiche, le priorità industriali, le funzioni delle banche centrali e le sfide strategiche su difesa, tecnologia e sicurezza economica.

Ma a Bruxelles no. Lì si continua a ragionare come se fossimo ancora all’inizio degli anni Novanta, con la stessa mentalità notarile di allora: timbri, caselle, formulari e decimali.

L’Italia oggi viene richiamata perché presenta un rapporto deficit/Pil del 3,1%. Ma davvero qualcuno può sostenere seriamente che tra il 3,0% e il 3,1% esista una differenza economica sostanziale? Che il primo numero rappresenti virtù e il secondo irresponsabilità? Che con il 3,0% un bilancio sia sano e con il 3,1% diventi improvvisamente pericoloso? Siamo oltre il ridicolo. Siamo nel pieno dell’ideologia contabile.

La verità è che i rapporti percentuali, soprattutto quando dipendono da stime del Pil nominale soggette a revisioni statistiche continue, non possono essere trasformati in totem politici. Basta una revisione del denominatore, una diversa contabilizzazione di crediti fiscali, un aggiornamento metodologico, e il giudizio cambia. Ma intanto la sentenza politica resta. Questo dimostra la distanza siderale tra Bruxelles e la realtà.

Mentre famiglie e imprese combattono con bollette elevate, margini compressi, credito più costoso e concorrenza globale sempre più aggressiva, l’Europa continua a misurare i governi col righello dei decimali. Mentre Stati Uniti e Cina usano la leva fiscale per proteggere industria, innovazione e sicurezza energetica, l’Unione europea discute se lo 0,1% debba comportare una procedura o meno.

È un anacronismo storico. Ed è anche una forma di impotenza politica travestita da rigore tecnico.

Ed è ancora più grave perché colpisce in modo asimmetrico Paesi come l’Italia, che hanno una struttura produttiva ampia, un forte avanzo manifatturiero, un patrimonio privato rilevante e necessità oggettive di investimento pubblico, ma vengono costretti dentro regole pensate per economie completamente diverse.

Il paradosso, tuttavia, è ancora più profondo. E lo dimostra l’esperienza concreta degli ultimi anni. Restare in procedura per deficit eccessivo, in molti casi, può risultare più conveniente che uscirne. Sembra assurdo, ma è così. Quando un Paese è formalmente sotto sorveglianza rafforzata, si apre un tavolo politico continuo con la Commissione europea. Si negoziano tempi, percorsi, scostamenti, eccezioni, investimenti strategici e clausole temporanee. La procedura diventa un canale permanente di trattativa.

Quando invece si rientra nei parametri e si torna nel regime ordinario del nuovo Patto di stabilità, scattano automatismi più rigidi: sentieri pluriennali di rientro, limiti sulla spesa primaria netta, target predeterminati e minore discrezionalità politica. Tradotto: se sei “promosso”, sei meno libero.

È il capolavoro della tecnocrazia europea: premiare il rispetto formale delle regole restringendo i margini di manovra, mentre chi resta sotto procedura può spesso ottenere flessibilità negoziata. Una costruzione istituzionale che scoraggia il merito e incentiva la negoziazione permanente.

La Francia lo ha capito da tempo. Parigi ha spesso trasformato i richiami europei in spazi di manovra. I grandi Paesi sanno che in Europa conta più il peso politico del numerino contabile.

E allora l’Italia dovrebbe trarre una conclusione semplice e realistica: se per Bruxelles il 3,1% viene trattato come il 5%, tanto vale utilizzare con decisione margini aggiuntivi di bilancio, come fanno altri partner europei, per sostenere la crescita interna.

A maggior ragione perché Bruxelles, pur davanti a una nuova emergenza energetica, non intende né sospendere il Patto di stabilità né attivare con tempestività le clausole di salvaguardia previste per circostanze eccezionali. Se l’Europa sceglie la rigidità anche davanti allo shock petrolifero, il governo Meloni è pienamente legittimato a prendersi gli spazi fiscali necessari per difendere l’economia reale.

Naturalmente a una condizione essenziale: che ogni eventuale scostamento sia destinato a investimenti produttivi, infrastrutture, sicurezza energetica, taglio del costo del lavoro e sostegno temporaneo a famiglie e imprese colpite dal caro energia. Non spesa improduttiva, ma difesa del sistema economico nazionale.

Solo in Italia si continua a raccontare il superamento del 3% come una colpa morale, quasi una caduta etica prima ancora che economica. No. È una lettura ingenua e dannosa.

Il vero discrimine non è il decimale di deficit. Il vero tema è come spendiper cosa spendicon quale rendimento economico spendi. Un deficit utilizzato per investimenti produttivi, energia, infrastrutture, innovazione, ricerca, formazione e sostegno al sistema industriale può rafforzare il Pil potenziale e ridurre nel tempo il rapporto debito/Pil. Un pareggio sterile ottenuto tagliando investimenti, sanità e sviluppo può peggiorare la sostenibilità futura.

Questo in teoria economica è noto da decenni. Ma Bruxelles continua a preferire la contabilità alla crescita, la procedura alla strategia, il formulario alla visione industriale. Ecco perché lo 0,1% italiano non è un incidente statistico. È la prova politica del fallimento culturale di un impianto europeo che scambia il mezzo con il fine.

Le regole di bilancio dovrebbero servire alla prosperità dei cittadini. Non i cittadini a servire le regole di bilancio.

Se il quadro internazionale impone risposte straordinarie, allora il governo non deve temere giudizi rituali di Bruxelles: deve agire con responsabilità e finalità chiare, mettendo al primo posto crescita, occupazione e tenuta sociale.

L’Italia dovrebbe porre con forza una questione europea vera: revisione radicale dei parametri numerici ereditati da Maastricht, criteri legati al ciclo economico, distinzione netta tra spesa corrente improduttiva e investimenti strategici, piena considerazione degli shock energetici e geopolitici. Continuare a inchinarsi davanti al 3% significa accettare una finzione.

E allora sì, viene da dirlo con amarezza: questa non è l’Europa della crescita, né della solidarietà, né della razionalità economica. È l’Europa delle virgole.

Un’Europa che discute lo 0,1% mentre il mondo cambia velocemente intorno a lei. Un’Europa che pretende disciplina numerica e ignora la desertificazione industriale. Un’Europa che misura i bilanci col calibro e perde la visione strategica. Un’Europa che confonde l’ossessione regolatoria con la buona governance.

Se non si rompe questo schema, il rischio è evidente: non saranno gli Stati a uscire dai parametri, saranno i parametri a far uscire l’Europa dalla storia.

Antonio Maria Rinaldi

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