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Schlein si aggrappa ai Democratici Usa: il vizio della sinistra di cercare oltreoceano le vittorie che mancano in Italia

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Ci sono vittorie che valgono per quello che rappresentano e altre alle quali si finisce per attribuire un significato che va ben oltre i confini nei quali sono maturate. Il successo dei democratici americani alle elezioni di metà mandato sembra appartenere, almeno nella lettura di Elly Schlein, a questa seconda categoria. Non era ancora terminato lo spoglio negli Stati Uniti che la segretaria del Partito democratico aveva già trasferito il risultato sul terreno dello scontro politico italiano, trasformando la sconfitta di Donald Trump in un messaggio rivolto anche a Giorgia Meloni. Come accaduto troppe volte in passato, ultima in ordine di tempo la vittoria di Mandami a New York, la sinistra ha il vezzo di attaccarsi alle leadership o le vittorie delle sinistra ( ultimamente un pò rade per la verità) per ritrovare quella autorevolezza che in patria sembrano avere perso da un pezzo.

«La speranza delle persone è più forte dell’arroganza di queste destre al potere», ha dichiarato Schlein, aggiungendo che «l’unità è più forte di chi ci vuole dividere». Poi il passaggio più esplicitamente politico: «Batteremo queste destre che portano soltanto guerre, divisioni, recessione e carovita». Parole che rendono evidente la volontà di leggere il voto americano come un segnale destinato a superare l’Atlantico. Una reazione comprensibile sul piano dell’affinità politica tra i progressisti delle due sponde dell’oceano, ma che merita qualche riflessione quando diventa una chiave di lettura della situazione italiana.

Il primo elemento da considerare è la natura stessa delle elezioni americane. Le midterm non sono elezioni politiche paragonabili a quelle italiane. Si svolgono a metà del mandato presidenziale e rappresentano tradizionalmente anche un giudizio sull’operato dell’amministrazione in carica. Vincent Pons, economista e studioso dei comportamenti elettorali alla Harvard Business School, ha ricordato che in queste consultazioni una parte degli elettori tende a votare contro il partito del presidente, anche per ristabilire un equilibrio tra potere esecutivo e legislativo. Non è dunque necessario immaginare una conversione ideologica dell’elettorato americano per spiegare un risultato sfavorevole alla Casa Bianca.

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C’è poi la questione economica, che negli Stati Uniti ha assunto un peso determinante. William Galston, analista della Brookings Institution, aveva già evidenziato all’inizio dell’anno come l’insoddisfazione per il costo della vita e la percezione negativa dell’andamento dell’economia avessero indebolito il consenso verso Trump. Un’indagine del Council on Foreign Relations e Morning Consult ha inoltre rilevato che il 75% degli americani era preoccupato per la possibilità di sostenere il costo della spesa alimentare. Sono condizioni politiche ed economiche specifiche, che spiegano almeno in parte la dinamica elettorale americana e che non possono essere automaticamente sovrapposte alla realtà italiana.

Del resto, proprio la ricerca politologica invita alla cautela. Uno studio di Giorgio Malet, pubblicato su Comparative Political Studies, ha analizzato il modo in cui i risultati elettorali stranieri possono influenzare le opinioni dei cittadini di altri Paesi. La conclusione non è che questi effetti siano inesistenti, ma che operano attraverso meccanismi complessi: possono modificare la percezione del consenso verso determinate idee, renderle più accettabili o influenzare alcuni orientamenti. Ben altra cosa, però, è considerarli una previsione attendibile del risultato di una futura elezione nazionale.

C’è poi un altro dato che Schlein dovrebbe considerare prima di trasformare il voto americano in un modello per la sinistra italiana. Una ricerca della Brookings Institution, firmata dagli analisti Elaine Kamarck e Jordan Muchnick, ha esaminato le primarie del 2026 nei collegi più competitivi, rilevando che i candidati progressisti democratici hanno vinto appena il 17,8% delle loro competizioni, contro il 26,7% dei candidati repubblicani riconducibili all’area MAGA e trumpiana. Due percentuali riferite a competizioni interne differenti, che non misurano il consenso nazionale, ma segnalano una difficoltà della sinistra radicale a imporsi nei collegi più contendibili.

Alle elezioni del 3 novembre, infatti, i democratici hanno conquistato anche importanti roccaforti repubblicane, mentre alcuni esponenti moderati hanno ottenuto successi significativi. Il risultato complessivo non cancella l’espansione della componente socialista in alcuni collegi tradizionalmente democratici, ma rende difficile sostenere che la vittoria sia stata trainata esclusivamente dalle posizioni più radicali. È una distinzione tutt’altro che secondaria per il dibattito italiano: battere un avversario impopolare non significa necessariamente che gli elettori abbiano premiato le proposte più estreme del campo opposto. E confondere le due cose rischia di portare a conclusioni politiche sbagliate.

La Supermedia YouTrend/Agi diffusa il 2 novembre assegna a Fratelli d’Italia il 27,9% dei consensi, contro il 20,2% del Partito democratico. Il distacco è di 7,7 punti percentuali. Ancora più marcata la distanza nell’ultima rilevazione SWG, che colloca il partito di Giorgia Meloni al 29% e quello di Schlein al 20,6%. Naturalmente questi dati non equivalgono a una previsione dell’esito delle prossime elezioni: le coalizioni, la partecipazione e la distribuzione territoriale del voto possono cambiare il quadro. Non a caso una rilevazione YouTrend per Sky TG24 ha mostrato il campo largo, nella sua configurazione più estesa, davanti al centrodestra. Ma resta il fatto che il Pd, considerato singolarmente, non ha ancora colmato la distanza con il principale partito di governo.

E se si allarga lo sguardo all’Europa, il quadro diventa ancora più interessante. In Francia, dove il sistema politico è profondamente diverso da quello italiano, le ultime rilevazioni per le presidenziali del 2027 mostrano una destra radicale particolarmente forte. Un sondaggio Ifop condotto tra il 27 e il 29 ottobre attribuisce a Marine Le Pen, a seconda degli scenari, tra il 35 e il 37% delle intenzioni di voto al primo turno. Jean-Luc Mélenchon si colloca intorno al 17,5-18%, mentre Raphaël Glucksmann oscilla tra il 10 e il 13%. Non è il centrodestra tradizionale a guidare queste rilevazioni, bensì il Rassemblement National. Un dato che rende evidente quanto sia difficile parlare di un’unica tendenza politica occidentale sulla base delle elezioni americane.

In Spagna, dove si voterà il prossimo 29 novembre, la maggior parte delle rilevazioni private descrive uno scenario favorevole al Partito popolare di Alberto Núñez Feijóo e a Vox di Santiago Abascal. La media di cinque sondaggi pubblicati all’inizio di novembre assegna al Pp il 31,6%, al Psoe di Pedro Sánchez il 25,8% e a Vox il 19,4%. Sommando le intenzioni di voto delle due formazioni di destra si supera il 50%, anche se questo non equivale automaticamente a una maggioranza parlamentare. Il Centro de Investigaciones Sociológicas, istituto pubblico spagnolo, presenta peraltro una fotografia differente, con i socialisti davanti al Pp. Un’ulteriore conferma del fatto che i sondaggi vanno interpretati e non trasformati in risultati acquisiti.

Francia e Spagna dimostrano, semmai, quanto siano differenziate le dinamiche politiche nazionali. Negli Stati Uniti i democratici raccolgono un importante successo contro un’amministrazione repubblicana; in Francia il Rassemblement National registra percentuali elevate nelle intenzioni di voto; in Spagna le indagini private attribuiscono un vantaggio alle forze di destra. Non esiste una legge politica per cui la vittoria di uno schieramento in un Paese debba necessariamente anticipare quella dei suoi omologhi in un altro.

Questo non significa negare il valore politico del risultato americano, né sottovalutare la capacità dei democratici di costruire un’alternativa a Trump. Significa piuttosto riconoscere che un’elezione si vince rispondendo alle domande poste dagli elettori del proprio Paese, non cercando conferme nelle scelte compiute altrove.

Per Schlein la questione centrale resta dunque tutta italiana. Il Partito democratico deve dimostrare di poter ampliare i propri consensi, costruire una proposta economica credibile e trasformare l’alleanza con il Movimento 5 Stelle e le altre opposizioni in un progetto di governo riconoscibile. La critica a Meloni, per quanto legittima e necessaria nel confronto democratico, non risolve da sola queste difficoltà. Né basta richiamarsi alle battaglie contro Trump per superare le differenze che ancora attraversano il cosiddetto campo largo, dalla politica estera alla politica industriale.

Anche il governo, naturalmente, sarà giudicato dagli italiani sui risultati conseguiti, sulla crescita economica, sui salari, sulla sanità e sulla capacità di dare risposte ai problemi quotidiani. Nessun consenso può considerarsi acquisito e nessun vantaggio nei sondaggi costituisce una garanzia per il futuro.

È questa, in fondo, la distinzione che l’entusiasmo per il voto americano rischia di far perdere di vista. La politica internazionale offre esempi, suggerimenti e talvolta segnali importanti. Ma non sostituisce la costruzione di un’alternativa nazionale. I democratici hanno vinto la loro partita negli Stati Uniti. Per Schlein quella italiana rimane ancora tutta da giocare.

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