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SAFE, il prestito europeo che conviene più a Bruxelles che all’Italia
Sono prestiti, non regali. Costano quasi quanto un BTP, ma impongono molte più condizionalità. Il debito resta italiano, le decisioni diventano europee.

Ogni volta che Bruxelles annuncia un nuovo strumento finanziario, la narrazione è sempre la stessa: l’Europa mette a disposizione ingenti risorse e gli Stati membri avrebbero finalmente accesso a finanziamenti particolarmente vantaggiosi. Anche per SAFE, il programma da 150 miliardi di euro destinato al riarmo europeo, il messaggio è questo.
Peccato che i numeri raccontino una storia molto diversa.
SAFE non è un fondo perduto. Non è un trasferimento. Non è un regalo dell’Europa. È semplicemente un prestito. La Commissione europea raccoglie risorse emettendo proprie obbligazioni sui mercati finanziari e successivamente presta quel denaro agli Stati membri, che dovranno restituire integralmente capitale e interessi.
Già questo basta a smontare un equivoco che accompagna da anni il dibattito europeo.
I cosiddetti “soldi di Bruxelles” non esistono. L’Unione europea non dispone di un proprio bilancio finanziato da una capacità fiscale autonoma come quella di uno Stato federale. Le sue risorse derivano principalmente dai contributi degli Stati membri – e l’Italia continua a essere uno dei maggiori contributori netti – oppure dalle cosiddette “risorse proprie”, che altro non sono se non nuove entrate obbligatorie, cioè nuove imposte o nuovi prelievi. Cambia il canale attraverso cui il denaro viene raccolto, non chi lo paga.
La domanda, quindi, non è se SAFE sia europeo. La domanda è molto più semplice: conviene davvero all’Italia?
Per rispondere basta confrontare i numeri.
Le ultime emissioni della Commissione europea su scadenze comparabili sono state collocate a un rendimento intorno al 2,9-3%. Il BTP italiano a cinque anni rende oggi circa il 3%. Il differenziale è ormai ridotto a pochi punti base.
È qui che cade il primo mito.
Se il costo del denaro europeo è ormai praticamente coincidente con quello del debito italiano, dov’è il vantaggio finanziario tanto sbandierato?
Anzi, il confronto diventa ancora meno favorevole per SAFE quando si considera un elemento quasi sempre ignorato.
Se il Tesoro emette direttamente BTP, gli interessi pagati ai sottoscrittori residenti sono tassati al 12,5%. Una parte della spesa per interessi ritorna quindi immediatamente nelle casse dello Stato sotto forma di gettito fiscale. Il costo effettivo dell’indebitamento risulta, di conseguenza, inferiore al costo nominale.
Con SAFE questo meccanismo scompare. Gli interessi vengono corrisposti alla Commissione europea senza alcun recupero fiscale equivalente.
Ma c’è di più.
I prestiti dell’Unione europea godono di fatto di una posizione privilegiata rispetto ai normali creditori di mercato. È il cosiddetto preferred creditor status: il rischio assunto dal creditore europeo è inferiore rispetto a quello sostenuto da chi acquista un normale titolo di Stato italiano.
Qui entra in gioco una delle regole fondamentali della finanza: a rischio minore dovrebbe corrispondere un rendimento significativamente più basso.
E invece il differenziale rispetto ai BTP italiani è ormai minimo.
In altre parole, il vantaggio della maggiore sicurezza resta essenzialmente al creditore europeo, mentre il debitore italiano continua a pagare un costo molto vicino a quello che sosterrebbe finanziandosi autonomamente sul mercato.
Ma c’è un altro equivoco da chiarire.
Qualcuno sostiene che SAFE rappresenti una forma di “debito europeo”. Non è così.
I prestiti SAFE entrano integralmente nel debito pubblico italiano secondo le regole statistiche europee. È vero che l’Unione ha previsto una temporanea flessibilità nell’applicazione delle regole del Patto di stabilità per favorire gli investimenti nella difesa, ma questa riguarda esclusivamente la valutazione dei saldi di finanza pubblica. Non significa affatto che il debito scompaia dal bilancio dello Stato. Quel debito resta iscritto integralmente nei conti pubblici italiani e dovrà essere rimborsato dai contribuenti italiani.
In altre parole, SAFE non europeizza il debito italiano. Europeizza il creditore e, soprattutto, una parte delle decisioni. Il debitore continua a essere l’Italia.
Se il beneficio economico è così limitato, il vero prezzo di SAFE diventa allora un altro: le condizionalità
Le condizionalità.
Per ottenere il finanziamento non basta presentare una domanda. Occorre predisporre un piano nazionale, sottoporlo alla Commissione europea, ottenere il via libera del Consiglio e rispettare nel tempo gli obiettivi concordati affinché le successive tranche vengano effettivamente erogate.
Ma soprattutto, non è lo Stato a decidere liberamente come utilizzare il denaro preso a prestito.
Le categorie di investimento sono predeterminate dal regolamento europeo. Le modalità di acquisto sono rigidamente disciplinate. La filiera industriale deve essere prevalentemente europea. La maggior parte del valore dei sistemi acquistati deve provenire dall’Unione europea, dallo Spazio economico europeo o dall’Ucraina, mentre l’impiego di componenti provenienti da Paesi terzi è fortemente limitato. Per i sistemi più avanzati vengono inoltre imposti requisiti sul controllo tecnologico, sulla disponibilità della proprietà intellettuale e sulla possibilità di modificarli senza autorizzazioni esterne.
Non è soltanto una politica industriale europea. È una politica industriale europea finanziata con un debito che rimane integralmente nazionale.
In sostanza, il debito resta italiano, ma una parte rilevante delle decisioni diventa europea.
Ed è questo il vero costo dell’operazione.
SAFE non offre soltanto un finanziamento. Offre un finanziamento accompagnato da un articolato sistema di vincoli amministrativi, industriali e strategici che riduce inevitabilmente gli spazi di autonomia degli Stati membri.
Nemmeno il costo del prestito, poi, è sottratto alla logica del mercato.
La Commissione finanzia SAFE emettendo obbligazioni alle condizioni prevalenti sui mercati finanziari. Non esiste alcun meccanismo che sterilizzi definitivamente il rischio di tasso. Le condizioni delle future emissioni rifletteranno inevitabilmente l’andamento dei mercati. Se i tassi saliranno, aumenterà anche il costo della raccolta europea.
Alla fine, quindi, i conti sono sorprendentemente semplici.
Se l’Italia può finanziarsi sul mercato a rendimenti ormai molto vicini a quelli della Commissione europea; se l’emissione diretta di BTP consente perfino un recupero fiscale del 12,5% sugli interessi pagati ai risparmiatori residenti; se il creditore europeo beneficia di una posizione privilegiata che dovrebbe teoricamente tradursi in condizioni ancora più favorevoli; se il debito contratto attraverso SAFE continua comunque a gravare integralmente sul debito pubblico italiano; e se, nonostante tutto questo, il programma impone una fitta rete di condizionalità sulle modalità di utilizzo delle risorse, la domanda diventa inevitabile.
Qual è il reale valore aggiunto di questo strumento per l’Italia?
La risposta non può essere affidata agli slogan.
I conti si fanno con i numeri.
E i numeri, almeno per l’Italia, raccontano una realtà diversa da quella proposta dalla comunicazione ufficiale. SAFE non rappresenta una straordinaria opportunità finanziaria. È un debito intermediato dall’Unione europea, con un vantaggio economico che appare ormai marginale, ma accompagnato da un rilevante trasferimento di discrezzionalità decisionale dagli Stati nazionali alle istituzioni europee.
Quando il costo del denaro è praticamente lo stesso, ma aumentano i vincoli, diminuisce l’autonomia e si perde perfino il beneficio fiscale che deriva dall’emissione diretta dei BTP, la domanda finale diventa inevitabile: chi è il vero beneficiario di SAFE? L’Italia oppure Bruxelles?
Antonio Maria Rinaldi







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