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Roma prepara il blitz per ricomprare la piattaforma MTS, dove sono trattati i BTP
Il governo Meloni prepara il blitz con CDP per riacquistare la piattaforma MTS: in gioco c’è il controllo diretto sui 265 miliardi al giorno di scambi che tengono in piedi il nostro debito.

La cabina di regia da cui transitano ogni giorno le sorti finanziarie dell’Italia non risponde più a Roma. Ogni singola emissione di titoli di Stato, ogni oscillazione dello spread e oltre 265 miliardi di euro di scambi quotidiani dipendono da un’infrastruttura tecnologica in mano al gruppo paneuropeo Euronext.
Di fronte a un debito pubblico che sfiora i tremila miliardi di euro, l’idea che l’interruttore delle compravendite sia collocato all’estero non piace a Palazzo Chigi, soprattutto in periodo elettorale.
Per questo il governo sta studiando un piano d’emergenza: riprendersi con la forza del capitale pubblico il controllo di MTS (Mercato Telematico dei Titoli di Stato). L’operazione, rivelata da indiscrezioni finanziarie di Bloomberg, vedrebbe scendere in campo Cassa Depositi e Prestiti (CDP) per rilevare il 63% della piattaforma oggi saldamente custodito da Euronext.
Che cos’è MTS e da dove nasce la tecnologia che l’Europa ci invidia
Per capire la portata dello scontro bisogna fare un salto indietro nel tempo. MTS nasce nel 1988 da una felice intuizione del Ministero del Tesoro e della Banca d’Italia.
All’epoca il debito pubblico cresceva a ritmi sostenuti e collocare i titoli con le vecchie aste gridate era lento, costoso e opaco. I nostri tecnici crearono la prima piattaforma wholesale al mondo interamente elettronica per scambiare obbligazioni di Stato.
Fu una vera rivoluzione:
- garantiva trasparenza immediata sui prezzi;
- attirava investitori internazionali garantendo liquidità continua;
- abbatteva i costi di emissione per le casse dello Stato.
La piattaforma funzionava così bene che nel corso degli anni si è allargata all’intero continente, diventando l’autostrada informatica su cui viaggiano i titoli sovrani di decine di Paesi europei.
Poi è arrivata la stagione delle grandi cessioni. Con la privatizzazione di Borsa Italiana, il gioiello tecnologico nazionale è passato prima sotto il controllo di Londra (LSE) e infine, nel 2021, dentro la galassia franco-olandese di Euronext. Oggi l’Italia si riscopre ospite a casa propria.
Perché il controllo di MTS è una questione di sicurezza nazionale
Gestire una piattaforma come MTS non significa soltanto incassare le commissioni sulle transazioni. Significa controllare i flussi informativi più sensibili del continente.
Chi gestisce l’infrastruttura possiede i dati di mercato in tempo reale (Level 1 e Level 2), conosce all’istante chi compra e chi vende, e stabilisce i protocolli tecnologici che governano le fasi d’asta e la liquidità nei momenti di panico finanziario.
Se i mercati impazziscono o se scoppia una crisi sul debito sovrano, chi decide se un titolo va sospeso? Chi controlla gli algoritmi che evitano il congelamento delle contrattazioni? Una stanza dei bottoni tra Parigi e Amsterdam o le autorità italiane?
| Aspetto chiave | Con MTS in Euronext | Con il riacquisto tramite CDP |
| Sede decisionale | Parigi / Amsterdam | Roma |
| Controllo dei dati | Piattaforma paneuropea | Tutela diretta del Tesoro |
| Priorità strategica | Redditività per gli azionisti | Stabilità e liquidità dei BTP |
| Costo stimato | Zero uscite immediate | Circa 600 milioni di euro |
Il nodo dei soldi e l’amara ironia del mercato
Il conto da pagare non è un dettaglio trascurabile. La quota del 63% in mano a Euronext vale circa 600 milioni di euro.
Euronext, dal canto suo, fa muro: per il gruppo guidato da Stéphane Boujnah, MTS è un asset altamente redditizio e centrale. Cederlo significherebbe privarsi del motore più ricco delle proprie attività a reddito fisso.
Resta una morale di questa storia: dopo aver ceduto le proprie infrastrutture strategiche credendo al dogma dei mercati aperti, lo Stato deve ora spendere centinaia di milioni di euro dei contribuenti per ricomprare ciò che aveva inventato e costruito da zero. Una copia di quanto successo con Autostrade e che conferma che certe privatizzazioni sono state un affare, ma non per l’Italia. Purtroppo, in questo momento di tassi pazzi, questo investimento sembra quasi obbligato, per tornare ad avere un maggior controllo del nostro debito.







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