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Riad sotto attacco: fiamme e fumo dai depositi vicino all’Aeroporto. Attacco Houthi?

Attacco su Riad: fiamme all’aeroporto e cisterne Aramco colpite. Con gli stretti marittimi chiusi e il Brent a +72%, il petrolio mondiale rischia il blocco.

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Le sirene d’allarme hanno svegliato la capitale saudita nel cuore della notte, mentre dense colonne di fumo nero e fiamme illuminavano l’orizzonte dell’aeroporto internazionale King Khalid. A bruciare è stato un deposito di carburante della compagnia statale Aramco, colpito mentre le difese aeree cercavano di intercettare attacchi provenienti dallo Yemen. Lo scalo della capitale è piombato immediatamente nel caos operativo, gettando i mercati petroliferi e le cancellerie internazionali in uno stato di allarme senza precedenti.

L’allerta diffusa dalla Protezione civile saudita ha coperto un perimetro vastissimo: non solo Riad, ma anche i centri industriali di Gedda e Yanbu, sul Mar Rosso, dove si concentrano snodi nevralgici per l’export energetico.

I residenti hanno riferito di boati violenti che hanno scosso diversi quartieri. Sul piano operativo, le piattaforme di monitoraggio aereo come FlightRadar24 hanno registrato ritardi massicci e deviazioni di rotta, classificando lo scalo di Riad al massimo livello di congestione e criticità.

Lo strangolamento dei due stretti marittimi

L’escalation militare guidata dai ribelli Houthi non colpisce a caso. Nelle stesse ore, le forze yemenite hanno accelerato un’offensiva di terra nell’area strategica dello stretto di Bab el-Mandeb, occupando il porto di Mokha e le isole di Perim e Hanish.

Il quadro strategico che ne emerge stringe l’Arabia Saudita e il commercio globale in una morsa soffocante:

  • Stretto di Hormuz bloccato: il passaggio tra Iran e Oman resta paralizzato dalle ostilità in corso, tagliando fuori la rotta principale del greggio del Golfo.
  • Bab el-Mandeb sotto tiro: il corridoio che conduce al Canale di Suez è ormai a raggio di tiro diretto delle batterie costiere ribelli.
  • Oleodotto Est-Ovest interrotto: la condotta alternativa costruita dai sauditi per pompare petrolio verso il Mar Rosso ed evitare lo stretto di Hormuz è ferma dall’11 settembre, danneggiata da un attacco con droni partiti dall’Iraq.

La bolletta del conflitto: barile al +72% e panico in Asia

Le conseguenze economiche di questa chiusura a tenaglia sono immediate e brutali. Il greggio Brent ha segnato un rialzo del 72% dall’inizio dell’anno, trainato dalla totale incertezza sui rifornimenti.

Per i Paesi importatori netti, l’effetto è una tassa diretta sui consumi e sulla produzione industriale. La prima grande crepa politica si è aperta a Islamabad: il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha telefonato d’urgenza al collega iraniano Abbas Araghchi per chiedere garanzie minime di passaggio per le navi cisterna.

Per economie già fragili e dipendenti dall’energia estera come quella pakistana, un blocco prolungato delle rotte marittime significa blackout, fermo delle fabbriche e collasso della bilancia dei pagamenti.

La diplomazia dei caccia mentre la polveriera brucia

A Washington, la Casa Bianca continua a ripetere che il conflitto si avvia “sperabilmente” verso la conclusione, ma i fatti sul terreno smentiscono le parole. La risposta pratica degli Stati Uniti è stata infatti l’approvazione di una commessa militare da 24,3 miliardi di dollari per vendere a Riad 48 caccia stealth F-35 e motori di ricambio.

Un segnale chiaro: la sicurezza delle infrastrutture energetiche saudite non è più garantita dai vecchi sistemi difensivi. Quando il fumo nero avvolge i serbatoi Aramco a pochi chilometri dalle piste civili di una capitale da otto milioni di abitanti, la minaccia smette di essere uno scontro regionale circoscritto. Diventa un conto salatissimo scaricato direttamente sulla logistica mondiale e sulle tasche di imprese e famiglie.

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