Europa
Il voto su Ceuta rompe ancora l’asse Ppe-socialisti: la rivoluzione silenziosa di Giorgia Meloni in Europa

Il voto del Parlamento europeo sulla crisi di Ceuta non riguarda soltanto l’immigrazione o i rapporti sempre più difficili con il Marocco. È soprattutto la fotografia di un cambiamento politico ormai impossibile da ignorare: l’asse tra popolari e socialisti, che per oltre un decennio ha governato le istituzioni comunitarie, non è più l’unica maggioranza possibile. E il centrodestra europeo guarda con sempre maggiore interesse ai Conservatori dell’Ecr, la famiglia politica guidata fino a pochi mesi fa da Giorgia Meloni. Si tratta anche di una conseguenza del grande lavoro fatto in questi ultimi nove anni da Raffaele Fitto, ora vicepresidente esecutivo della Ue. “ll politico pugliese, infatti, che ha un ottimo rapporto con Manfred Weber e con il gruppo dei popolari, ha lavorato alacremente alla guida dei conservatori per progressivamente rendere i conservatori un gruppo sempre più influente e per allontanare i popolari dall’asse con socialisti, liberali e verdi.” dice una fonte parlamentare a Bruxelles. Poi l’arrivo di Giorgia Meloni, che fino ad un anno e mezzo fa era anche presidente del conservatori, alla guida del paese, ha accelerato il processo e fatto si che la sua autorevolezza e postura filoeuropea determinasse una rottura ancora più netta sia all’interno del Consiglio europeo che del parlamento europeo.
La risoluzione promossa dal Partito popolare europeo è stata approvata con 339 voti favorevoli, 225 contrari e 16 astensioni. Il testo definisce l’ingresso massiccio di migranti a Ceuta non soltanto una crisi umanitaria, ma una forma di “strumentalizzazione della migrazione” capace di minacciare l’integrità territoriale di uno Stato membro. In altre parole, un atto di pressione e di guerra ibrida contro la Spagna e, quindi, contro l’Europa.
La risoluzione attribuisce precise responsabilità al Marocco, chiede una maggiore protezione delle frontiere esterne e invita l’Unione a dotarsi di strumenti che consentano di sospendere o recuperare i finanziamenti destinati ai Paesi terzi che non collaborano o mettono in pericolo gli interessi europei. Il testo critica inoltre i ritardi e le scelte del governo spagnolo nella gestione dell’emergenza.
Socialisti contro, popolari ed Ecr insieme
I socialisti europei, guidati dalla spagnola Iratxe García, hanno votato contro. Il tentativo di raggiungere un compromesso con il Ppe si è arenato soprattutto sulle responsabilità del governo di Pedro Sánchez, sulla condanna nei confronti del Marocco e sul legame tra la politica delle regolarizzazioni e la pressione migratoria.
Il Ppe ha così scelto di cercare i voti alla propria destra, trovando il sostegno dell’Ecr e delle altre forze conservatrici. Lo stesso gruppo dei Conservatori e Riformisti aveva rivendicato di aver ottenuto il dibattito parlamentare sulla crisi di Ceuta, sostenendo che la difesa delle frontiere esterne non potesse più essere affrontata con le vecchie formule dell’accoglienza indiscriminata e della redistribuzione automatica
Non siamo ancora davanti alla nascita di una coalizione organica e permanente tra popolari e conservatori. Su molti dossier il Ppe continua a votare con socialisti e liberali e Ursula von der Leyen resta espressione di quella maggioranza centrista. Ma il voto su Ceuta dimostra che, quando si parla di immigrazione, sicurezza, competitività, agricoltura e revisione del Green Deal, il baricentro politico del Parlamento europeo si sta spostando.
La novità non consiste soltanto nel fatto che il Ppe voti con la destra. Consiste nel fatto che questa convergenza non è più considerata eccezionale, scandalosa o impraticabile. È diventata una delle opzioni a disposizione dei popolari.
La fine del monopolio della “maggioranza Ursula”
Per anni Bruxelles è stata governata da un meccanismo quasi automatico. Popolari, socialisti e liberali si dividevano incarichi, presidenze e priorità legislative, costruendo quella che dal 2019 è stata chiamata “maggioranza Ursula”. Prima ancora di von der Leyen, tuttavia, il patto tra Ppe e socialdemocratici costituiva già il cuore del potere comunitario.
Quell’alleanza ha garantito stabilità, ma ha anche prodotto una progressiva omologazione. Sull’immigrazione, sulla transizione ecologica, sulla crescita della burocrazia e sul rapporto tra sovranità nazionale e istituzioni europee, gli elettori hanno spesso avuto la sensazione che popolari e socialisti proponessero ricette molto simili. Le elezioni cambiavano i rapporti di forza nei singoli Stati, ma la maggioranza europea rimaneva sostanzialmente la stessa.
È qui che si può cogliere la vera rivoluzione politica realizzata da Giorgia Meloni. La presidente del Consiglio non ha portato l’Italia fuori dall’Europa e non ha scelto la testimonianza sterile. Ha fatto esattamente il contrario: è entrata nei meccanismi comunitari, ha costruito rapporti con i governi e con la Commissione e ha trasformato l’Ecr in un interlocutore con il quale il Ppe può dialogare senza complessi.
Meloni ha dimostrato che si può essere conservatori, difendere le frontiere e chiedere una revisione del Green Deal restando pienamente inseriti nel sistema occidentale, nella Nato e nell’Unione europea. Ha così contribuito a rompere l’equazione secondo la quale tutto ciò che si trova alla destra del Ppe debba essere automaticamente escluso dall’area di governo.
La sua autorevolezza internazionale ha reso praticabile ciò che fino a pochi anni fa sembrava impossibile: la costruzione di maggioranze alternative a quella composta da popolari e socialisti. Non è ancora una sostituzione definitiva della maggioranza Ursula, ma la fine del suo monopolio politico.
L’errore delle grandi ammucchiate
Il voto di Strasburgo contiene anche una lezione più generale. Gli elettori non amano le alleanze costruite unicamente per impedire a qualcun altro di governare. Quando forze nate per rappresentare visioni differenti finiscono sistematicamente nella stessa coalizione, le distinzioni si cancellano e lo spazio della protesta viene occupato dalle formazioni più radicali.
Il caso tedesco è emblematico. In Sassonia-Anhalt l’AfD ha recentemente ottenuto il 43,8%, più che raddoppiando il risultato precedente, mentre la Cdu si è fermata al 17,2%. A livello nazionale l’AfD è arrivata a contendere ai cristiano-democratici il primato nei sondaggi.
L’AfD non appartiene all’Ecr e presenta posizioni molto diverse da quelle di Fratelli d’Italia, soprattutto sulla Russia, sull’Ucraina e sulla collocazione internazionale. Sarebbe dunque scorretto sovrapporre le due esperienze. Ma il successo tedesco rappresenta un avvertimento: se il centrodestra rinuncia a rappresentare i propri elettori per governare stabilmente con i socialdemocratici, una parte crescente del suo popolo cercherà altrove risposte su immigrazione, sicurezza, energia e identità.
La strategia del “cordone sanitario” può impedire a un partito di entrare al governo, ma non elimina le ragioni che spingono milioni di persone a votarlo. Al contrario, coalizioni sempre più larghe e indistinte rischiano di rafforzare la narrazione secondo cui esisterebbe un unico blocco di potere contrapposto agli elettori.
Meloni ha indicato una strada differente: non inseguire le forze radicali, ma offrire una destra di governo netta nei contenuti, affidabile nelle alleanze e capace di incidere sulle decisioni europee. È anche in questo modo che si impedisce alla protesta di consegnarsi a partiti più estremi.
Da Ceuta può nascere una nuova Europa politica
La risoluzione votata a Strasburgo non è giuridicamente vincolante. Il suo significato politico, però, è evidente. Il Ppe ha preferito approvare un testo più severo sulla protezione delle frontiere con i voti dei conservatori, anziché annacquarlo per ottenere il consenso dei socialisti.
Non significa che Manfred Weber abbia già deciso di sostituire l’alleanza con l’S&D con un patto stabile con l’Ecr. Significa però che i popolari hanno compreso di poter scegliere. Ed è proprio la possibilità di scegliere a ridurre il potere di condizionamento dei socialisti.
Per la sinistra europea il problema non può essere risolto accusando ogni maggioranza alternativa di essere “di estrema destra”. Quando un confine esterno viene travolto e i flussi migratori sono utilizzati come strumento di pressione geopolitica, chiedere controlli, cooperazione e conseguenze per i Paesi che non rispettano gli accordi non è estremismo: è esercizio della sovranità europea.
La politica torna così a essere confronto tra alternative riconoscibili. Da una parte chi continua a difendere il vecchio compromesso centrista; dall’altra un centrodestra che cerca nuovi equilibri con i conservatori. È una trasformazione che non nasce con il voto su Ceuta, ma che quel voto rende visibile.
La vera eredità europea di Giorgia Meloni potrebbe essere proprio questa: aver dimostrato che la destra conservatrice non deve limitarsi a protestare contro Bruxelles, perché può cambiarne gli equilibri dall’interno. Spezzare il legame obbligato tra popolari e socialisti significa restituire agli elettori una scelta reale e impedire che l’Europa venga percepita come il luogo delle ammucchiate, degli accordi di palazzo e delle maggioranze sempre uguali a se stesse.
Ceuta, da periferia geografica dell’Unione, si trasforma così nel simbolo del nuovo centro politico europeo. Un centro che non guarda più automaticamente a sinistra, ma sempre più spesso verso l’Ecr e verso Giorgia Meloni.










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