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Rhine Group, economia di pace o economia di guerra? Il banco di prova sono i valori costituzionali dell’Europa di A.Scarano

Un gruppo riservato tra finanza e politica punta a tradurre in legge il piano Draghi: ma chi pagherà il conto e chi incasserà i profitti?

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Il Rhine Group nasce con l’ambizione dichiarata di trasformare la diagnosi del Rapporto Draghi sulla competitività europea in proposte capaci di tradursi in azione. Ma la sua architettura pone una domanda inevitabile, ovvero siamo di fronte a un’organizzazione privata che, pur senza natura istituzionale, persegue interessi pubblici europei, oppure a un gruppo di interessi privati che, grazie alla propria autorevolezza e alla riservatezza dei lavori, può operare come una sorta di comitato d’affari schermato?

Il punto più delicato è, appunto, la scelta autoimposta di lavorare secondo la Chatham House Rule, che determinano la condivisione di regole di riservatezza. Regole che non equivalgono alla segretezza totale ma consente di utilizzare le informazioni qui emerse impedendo comunque ai partecipanti di attribuire pubblicamente le opinioni a chi le ha espresse. Insomma una bella cassa di risonanza dei violini senza poter citare chi si destreggia con l’archetto. È uno strumento legittimo ed utile per favorire e diffondere discussioni franche. Ma in questo contesto, dove allo stesso tavolo siedono politica, accademia, finanza e grandi imprese e l’obiettivo dichiarato non è soltanto discutere, ma arrivare all’azione, diventa una questione di attenzione fondamentale.

Non è dunque corretto bollare oggi apoditticamente il Rhine Group di essere un embrione di comitato d’affari. È però legittimo considerare attentamente questa situazione come un interessante ed epocale esperimento di analisi del potere e della formazione delle politiche economiche dettate dai gruppi di potere. Insomma, l’esperimento che ci viene così regalato è di poter osservare (e studiare) come idee, interessi, competenze e relazioni si trasformino in proposte concrete destinate a incidere sulle istituzioni europee e nazionali.

Il dubbio tra comitato per il benessere dei citradini europei o i soliti noti, gli incappucciati come scriveva Caffè, potrà essere sciolto scavando nelle proposte concrete di questo novello gruppo di cervelli. Quattro domande saranno dunque decisive.

  • Primo : chi beneficia economicamente della proposta? Quali settori, imprese o posizioni di mercato ne trarrebbero vantaggio?
  • Secondo : chi, nel gruppo, aveva un interesse diretto sulla materia? La presenza di interessi privati non è un problema in sé; lo diventa se l’interesse particolare coincide con la soluzione proposta senza adeguata trasparenza.
  • Terzo : quali alternative sono state considerate e con quali criteri si è arrivati alla proposta? La Chatham House Rule può proteggere l’identità degli interventi, ma non dovrebbe impedire di conoscere il ragionamento che porta alla decisione.
  • Quarto : chi finanzia il gruppo e come vengono dichiarati e gestiti i conflitti d’interesse?

Saranno le oneste risposte a queste domande, non solamente il prestigio dei suoi componenti, a stabilire da quale parte del pendolo si collochi il favore del Rhine Group.

Come insegnava Federico Caffè, le politiche economiche dovrebbero partire da valori e principi, non certo dagli interessi “di cassetta” di questa o quella cordata di interesse. Il punto non è quindi espellere gli interessi privati dalla costruzione delle politiche ma impedire che questi, invisibilmente, possano definire le priorità rispetto l’interesse pubblico.

Per questo il Rhine Group va osservato e studiato senza pregiudizi, ma anche senza deferenze o sudditanze. Il vero test saranno le proposte ed allora potremo capire anche se la riservatezza della Chatham House Rule serve a liberare il pensiero oppure a schermare il potere.

Alfonso Scarano

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