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RENZI E IL POTERE DELLA PAROLA

 

 

Se qualcuno dice: “Guarda, su quel palo c’è un uccello”, noi lo cerchiamo e soltanto infine diciamo: “Ma io non lo vedo “. Ciò prova la potenza della parola. Se ci lasciassimo guidare in primo luogo dalla nostra evidenza, non lo cercheremmo e diremmo immediatamente che quell’affermazione è falsa. Non sospetteremmo di non averlo visto. Invece ci rimane sempre il dubbio di qualche nostra incapacità, di qualche sorpresa in agguato: se qualcuno dice che c’è un uccello, un uccello ci dovrebbe essere.

Il meccanismo funziona anche per cose più complesse. È nozione comune che tutti fanno i propri interessi, che nessuno regala niente e che i soldi non crescono sugli alberi. E tuttavia i truffatori fanno fortuna perché la parola ha un potere tanto grande che spesso, sostenuta dall’avidità, la vince sull’evidenza. Il truffato – che pure ha qualche sospetto – si dice: “Mi promette cento, ma può darsi che mi dia cinquanta. E sarebbe ancora un affare”. Mentre, se seguisse il buon senso, non spererebbe né cento né cinquanta. Chi promette cento, non solo non darà cinquanta, ma spesso cercherà di ottenere quei cinquanta dall’allocco che gli dà retta.

La parola manifesta tutta la sua potenza nella politica. Non a caso il suo motore centrale si chiama “Parlamento”. Dunque non bisogna trattare da affabulatore o, peggio, da truffatore, il grande incantatore di folle: perché è così che funziona la democrazia. Matteo Renzi, ad esempio, è più che probabile che sia in buona fede. Forse crede veramente che, per molti problemi, si tratti soltanto di proporli in modo seducente e di essere abbastanza risoluti. Insomma di travolgere gli ostacoli, anche a costo di qualche sbavatura. Purtroppo, osservata con cinica obiettività, la nostra realtà è ben peggiore di questo quadro ottimistico e non può essere esorcizzata da qualche slogan ben riuscito. Abbiamo un modello sociale, economico e sindacale che impedisce la ripresa: per giunta, benché ci abbia condotti dove siamo, questo modello ha ancora il consenso degli italiani. Abbiamo un erario con le casse vuote. Abbiamo una paralizzante pressione fiscale che esclude ulteriori incrementi. Abbiamo un debito pubblico, titanico e ineliminabile, che continua a crescere. L’Unione Europea ci tiene nel mirino, siamo nell’impossibilità di contrarre nuovi debiti e in più siamo sotto la costante minaccia di un possibile allarme delle Borse che potrebbe far saltare il banco. In queste condizioni, tenendo conto dell’immobilismo della stessa società italiana e non disponendo di nessuna leva azionabile per quadrare il circolo, con quale coraggio promettere la Luna?

E tuttavia il potere della parola ha fatto sì che la gente si sia detta: Renzi promette quattro riforme in quattro mesi, ma se ne facesse tre, non sarebbe grasso che cola? E se anche ne facesse due, non sarebbe sempre meglio di niente?

C’è in giro una disperata volontà di credere alle promesse e alle buone notizie ma i messaggi della realtà sono lo stesso chiaramente negativi. E infatti dopo sette mesi l’imprudente fiorentino sta soltanto faticosamente tentando di far arrivare in porto le due uniche riformette – quella del Senato e quella della legge elettorale – che non costano un euro e non vanno contro gli interessi di qualche categoria con diritto di veto. La delusione comincia a serpeggiare. Già la manifestano, fra gli altri, alcuni opinionisti di grande peso. Vittorio Feltri segnala che forse il giovane Primo Ministro comincia ad essere scaricato dai “poteri forti”, Luca Ricolfi che il ritorno della politica è da salutare con piacere, a meno che essa non creda di risolvere problemi complessi prescindendo dai competenti e gettando il cuore oltre l’ostacolo. Qualche giorno fa Angelo Panebianco ci ricordava che “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice e sbagliata”. Insomma, non serve descriverci l’uccello sul palo, se proprio non lo vediamo.

E tuttavia la delusione è ingiustificata. I giuristi romani dicevano che nessuno è tenuto a realizzare cose impossibili e qui si potrebbe aggiungere che comunque nessuno, anche se ci provasse, può realizzarle. Chi ci vuol credere ad ogni costo, poi non può incolpare gli altri se non si verificano.

Matteo Renzi è probabilmente colpevole di avere in primo luogo ingannato sé stesso. E se molti italiani gli hanno in parte creduto è perché sono presi alla gola dal bisogno di non vedere tutto nero, di intravedere una novità, di avere una speranza. Foss’anche quella di un generoso tentativo di scuotere il Paese dalla catalessi. Purtroppo, l’unica cosa di cui disponiamo in abbondanza sono le parole, ed esse sono flatus vocis, soltanto aria. Non pesano nulla.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

3 agosto 2014

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