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Come il Regno Unito sta annegando nel debito e l’amara lezione della Svezia: la svalutazione come via di salvezza

Il Regno Unito affoga in 3.000 miliardi di debito. L’incredibile storia della Svezia negli anni ’90: tassi al 500%, l’abbandono del cambio fisso e la svalutazione che ha fatto rinascere l’economia. Una dura lezione per Londra.

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Il Regno Unito sta sprofondando sotto una montagna di debito pubblico che ha assunto le proporzioni di un disastro contabile. Con un incremento stimato in 650 milioni di sterline al giorno, il debito britannico viaggia a ritmi allarmanti verso l’astronomica soglia dei 3.000 miliardi di sterline entro il prossimo settembre. A Londra, nei corridoi di Westminster, la questione viene trattata come un problema senza soluzione matematica, una spirale da cui sembra impossibile uscire senza lacrime e sangue. Eppure, la storia economica recente offre un precedente illustre di salvataggio sull’orlo del baratro e questo esempio è stato ben tracciato da The Telegraph.

Nei primi anni ’90, la Svezia si trovò di fronte a un collasso finanziario totale, molto più grave di quello britannico odierno. “Avevamo una crisi valutaria, una crisi bancaria e una crisi dei costi”, ricorda Stefan Ingves, ex governatore della Riksbank, la banca centrale svedese. Nel disperato tentativo di difendere l’aggancio della moneta a un tasso di cambio fisso, la Riksbank arrivò alla mossa parossistica di alzare i tassi di interesse overnight fino al 500%. Il risultato fu catastrofico: la disoccupazione quintuplicò superando l’11%, e il Paese sprofondò in una drammatica recessione che durò tre anni. Alla fine della tempesta, nel 1995, il debito pubblico svedese sfiorava il 69% del PIL, ma, con una riclassificazione giunse a superare il 90%.

Rapporto debito/PIL svezia da Federal Reserve Saint Louis

 

Poi, il radicale cambio di rotta. Tra il 1995 e il 2024, il debito di Stoccolma è crollato inesorabilmente fino a un virtuoso 33,9% del PIL. Nello stesso periodo temporale, il Regno Unito ha fatto l’esatto opposto, passando da un debito del 43,5% al 102,3%. Come ha fatto il governo svedese a compiere questo vero e proprio miracolo economico?

Il motore della ripresa: l’abbandono del cambio fisso e la svalutazione

La vera chiave di volta del riscatto svedese non risiede unicamente nella seppur necessaria disciplina di bilancio. Il punto di svolta macroeconomico assoluto si materializzò nel 1992, quando Stoccolma, esausta, decise di gettare la spugna e abbandonare la difesa insostenibile del tasso di cambio fisso. La corona svedese fu lasciata libera di fluttuare e si svalutò immediatamente di oltre un quinto del suo valore sui mercati internazionali.

Questa svalutazione non fu una sconfitta, , ma si trasformò nel più potente e formidabile stimolo economico che il Paese potesse ricevere. L’export svedese, finalmente liberato dalla zavorra di una moneta artificialmente forte, esplose letteralmente sui mercati globali. Le esportazioni, che nel 1990 rappresentavano il 26% del PIL, schizzarono a circa il 54%. Fu proprio questa improvvisa e violenta ripresa dell’economia reale, trainata dalla competitività internazionale ritrovata, a generare il volano di ricchezza e il gettito fiscale necessari per rimettere in sesto le finanze pubbliche. Senza il forte stimolo della svalutazione, nessuna manovra di consolidamento fiscale avrebbe potuto evitare un default disastroso.

Rigore di bilancio e tagli mirati

Con l’economia reale ripartita a pieno regime grazie al nuovo assetto valutario, la politica fece la sua parte. Il terrore del collasso portò a un solido consenso trasversale. L’allora ministro delle finanze Göran Persson dovette volare a New York per supplicare i giovani trader americani di non vendere i titoli svedesi, un’umiliazione che lo portò a dichiarare che un Paese indebitato non può essere un Paese libero.

Nel 1997 fu introdotta una regola fiscale ferrea: il bilancio pubblico doveva generare un surplus del 2% durante l’intero ciclo economico (solitamente calcolato su tre anni). Per raggiungere l’obiettivo, si passò a un sistema top-down: il Parlamento fissava un tetto massimo di spesa totale, e ogni ministero che proponeva nuove uscite era obbligato a indicare i relativi tagli a copertura. Il governo non scelse la via del massacro sociale indiscriminato, , ma si concentrò sul taglio drastico dei trasferimenti a pioggia, eliminando ad esempio i colossali sussidi per l’edilizia abitativa e razionalizzando quelli di disoccupazione.

L’errore fatale del Regno Unito

Oggi, la Gran Bretagna sembra ignorare le dinamiche di questa lezione. Mentre la Svezia impostava un quadro normativo stabile, i governi britannici hanno cambiato le proprie regole fiscali ben 10 volte dal 1997. L’approccio di Londra si sta basando sull’aumento della pressione fiscale. Mantenendo congelate le soglie di esenzione, l’inflazione trascina sempre più cittadini e imprese verso aliquote più alte, un meccanismo occulto noto come fiscal drag.

La Svezia ha compreso che per consolidare la crescita nel lungo periodo bisogna favorire la formazione di capitale. Nel 2004 ha clamorosamente abolito le imposte di successione e sulle donazioni, e nel 2007 ha eliminato la tassa patrimoniale. I numeri parlano da soli:

  • Pressione fiscale: In Svezia è scesa dal 49,9% del 1990 al 40,5% odierno, in uno stato che garantisce tutto al cittadino. Nel Regno Unito è salita dal 30,6% al 34,5%, con proiezioni ufficiali (OBR) che la danno al 38,5% entro il 2030.
  • Costo del debito e Interessi: I rendimenti dei titoli decennali svedesi sono fermi al 2,78%. I Gilts britannici sfiorano il 4,82%, il dato nettamente più alto del G7. Di conseguenza, la Svezia spende solo lo 0,7% del PIL per ripagare gli interessi, mentre Londra brucia quasi il 3%.

La conclusione è inevitabile. Molte riforme svedesi sarebbero ossigeno puro per il Regno Unito. Eliminare l’imposta di successione bloccherebbe la fuga di capitali da Londra, rilanciando l’investimento privato. Come riassume brillantemente l’economista Lars Jonung: la Svezia rimane saldamente uno Stato sociale, , ma lo combina con l’essere un “paradiso per i capitalisti”.

Il Regno Unito non potrà sfidare le leggi della gravità economica all’infinito. I redditi reali in Svezia sono quasi triplicati rispetto agli anni ’90, a dimostrazione che una crisi del debito non si supera strangolando i contribuenti, , ma svalutando per ridare fiato all’economia e rendendo il sistema un magnete per gli investimenti. Un sano realismo che oggi, sulle rive del Tamigi, è pericolosamente assente.

Ora applicate la lezione svedese all’Italia….

 

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