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Petrolio in forte ribasso: i mercati scommettono sull’accordo con l’Iran (ma Trump va su tutte le furie)

Il greggio perde oltre il 4% sulle speranze di riapertura dello Stretto di Hormuz. L’inflazione ringrazia, ma le fughe di notizie di Teheran fanno esplodere la rabbia del Presidente USA sui social.

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I mercati globali tirano un temporaneo sospiro di sollievo, e lo fanno guardando con estrema attenzione alle sponde del Golfo Persico. La prospettiva, seppur ancora tutta da verificare, di una clamorosa svolta nei colloqui di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran ha innescato un’immediata reazione sui listini azionari mondiali, ma soprattutto ha provocato un deciso, e atteso, scossone al ribasso per le quotazioni del greggio.

Il petrolio, che negli ultimi mesi è stato la vera spina nel fianco delle economie occidentali agendo come formidabile moltiplicatore dell’inflazione, ha registrato una flessione drastica.

Ecco la fotografia dei mercati in queste ore:

  • Brent (riferimento globale): -4,5%, sceso a 86,31 dollari al barile.
  • WTI (riferimento USA): -4,3%, scivolato a 83,90 dollari al barile.
  • Futures azionari: S&P 500 a +0,2% e Dow Jones a +0,4%.

Ecco il grafico del WTI:

Qui invece il Brent:

L’effetto annuncio e l’illusione della logistica

La notizia di un potenziale cessate il fuoco, con il Presidente Donald Trump che ha ostentato un forte ottimismo su una firma che definiva “imminente”, ha portato gli operatori a prezzare la riapertura dello Stretto di Hormuz. Questo collo di bottiglia è vitale per il transito globale di petrolio e gas; la sua impraticabilità prolungata ha rappresentato uno shock d’offerta da manuale.

Un allentamento delle tensioni alleggerirebbe notevolmente la morsa sui prezzi in Occidente. Tuttavia, la cautela economica è d’obbligo: anche nella migliore delle ipotesi di un accordo rapido, ci vorranno mesi prima che la logistica navale, i premi assicurativi e le catene di fornitura tornino alla normalità. E non dobbiamo dimenticare che le quotazioni attuali, per quanto in calo, rimangono ben al di sopra dei circa 70 dollari al barile registrati a febbraio, prima dell’escalation.

Il cortocircuito diplomatico: l’ira di Trump

Se i listini festeggiano speculando sui “rumors”, la diplomazia naviga ancora in acque a dir poco agitate. L’ottimismo iniziale si è infatti infranto contro le tempestive fughe di notizie della stampa iraniana, che hanno generato una furiosa reazione del Presidente Trump.

Secondo l’agenzia di stampa di Stato iraniana IRNA, la presunta bozza di accordo non prevederebbe alcuna rinuncia di Teheran al controllo dello Stretto di Hormuz, delegando la futura amministrazione a una “decisione congiunta” tra Iran e Oman. Inoltre, lo spinoso dossier sul programma nucleare verrebbe rinviato a una finestra di 60 giorni successiva alla firma.

Una narrazione che ha fatto letteralmente esplodere il tycoon americano. Sul suo social network, Truth, Trump ha liquidato i report iraniani come “Fake News”, smentendo che i termini diffusi corrispondano agli accordi scritti. Con la sua consueta verve, ha definito la controparte “persone altamente disonorevoli”, sottolineando l’assenza di buona fede. A peggiorare un quadro già instabile, un attacco con droni (seppur respinto) lanciato giovedì notte contro navi mercantili indiane in uscita dallo stretto. Un atto definito “totalmente inaccettabile” da Trump, che ha chiuso il suo intervento intimando a Teheran di “darsi una regolata, e in fretta!”.

Il greggio per ora scende, ma la volatilità geopolitica è ben lontana dall’essere archivata.

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