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Regno Unito nella spirale del debito: rendimenti fuori controllo e fuga degli investitori. «Così vi tassate a morte»

Rendimenti decennali al 5,25% e debito oltre i 3.000 miliardi: i grandi fondi internazionali scaricano i titoli britannici mentre gli economisti avvertono sul rischio di bancarotta fiscale.

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I titoli di Stato britannici stanno bruciando credibilità a ritmi vertiginosi e nei corridoi della City comincia a serpeggiare il panico. Con i rendimenti decennali schizzati al 5,25%, il livello più alto dall’agosto 2007, il Tesoro di Londra si ritrova a pagare per finanziarsi più di qualunque altro governo del G7.

Persino più dell’Italia.

Il monito più duro arriva da Oltreoceano. Arthur Laffer, storico consigliere economico di Ronald Reagan, Bill Clinton e Donald Trump, ha definito la traiettoria britannica una vera e propria «spirale della morte». L’idea di puntellare i conti pubblici con un nuovo salasso fiscale nel prossimo Budget autunnale rischia di trasformarsi nel colpo di grazia per un tessuto produttivo già al collasso.

Rendimento titoli britannici decennali

L’illusione della pressione fiscale

Il paradosso della politica economica d’Oltremanica è lampante: si alzano le aliquote sperando di incassare di più, ma si ottiene l’effetto opposto perché l’economia reale smette letteralmente di respirare.

«Non ho mai sentito di un’economia tassata fino alla prosperità», ha avvertito Laffer. «Il vostro problema non sono le poche entrate fiscali. Il vostro problema è la totale mancanza di crescita economica».

Quando la pressione fiscale divora i margini delle imprese e riduce il potere d’acquisto delle famiglie, la base imponibile si contrae. Il gettito reale crolla, le uscite per sostenere il sistema salgono e la voragine nei conti si allarga.

Il costo del debito nel G7 a confronto

La sfiducia dei mercati internazionali nei confronti delle scelte di Londra emerge chiaramente dai numeri. Il costo di rifinanziamento decennale del Regno Unito ha superato quello di tutti i partner industrializzati:

Paese

Rendimento Titoli di Stato a 10 anni (%)

Regno Unito5,25%
Stati Uniti4,79%
Francia4,22%
Italia4,20%
Canada3,74%
Germania3,36%
Giappone3,01%

I grandi fondi voltano le spalle: il coro degli investitori

I mercati obbligazionari non perdonano l’incoerenza. Le testimonianze dei vertici della finanza globale mostrano come il Regno Unito stia rapidamente scivolando nella categoria degli investimenti ad alto rischio. Del resto non si possono promettere cose incompatibili: investimenti enormi e pochi o nulli aumenti delle tasse, mentre si prosegue con politiche che puniscono la crescita brutalmente, come quelle contro i fossili. La realtà è ben chiara a chi maneggia i soldi:

  • Rupert Harrison (Pimco): «Il Regno Unito sta pagando un premio a causa di una percepita perdita di credibilità economica e fiscale». Il gestore del colosso da oltre 2.000 miliardi di dollari evidenzia come la combinazione letale di inflazione e indebitamento fuori controllo abbia isolato Londra.
  • David Coombs (Rathbones): La chiusura verso i Gilt è netta: «Non compreremo debito pubblico britannico a meno che non vedremo annunci politici concreti nelle prossime settimane, volti ad affrontare il deficit o ad avviare un’azione chiara per promuovere la crescita».
  • Colin Ellis (Moody’s Analytics): Sottolinea la scomparsa di ogni cuscinetto finanziario: «Non credo ci sia rimasto alcuno spazio di manovra quando verrà presentato il Budget. Se questo margine viene cancellato e non si fa nulla, è un segnale pesante a cui i mercati reagiranno».
  • Neil Falconer (Standard Life): Mette in guardia sulla volatilità: «Gli investitori presteranno grandissima attenzione ai margini fiscali, ai piani di spesa e alle esigenze di indebitamento».
  • Helen Anthony (Janus Henderson): Riconosce invece un’opportunità puramente speculativa: «Continuiamo a vedere valore e siamo posizionati sui tassi britannici», approfittando del crollo dei prezzi dei titoli per incassare cedole record.

Lo spettro di una crisi sovrana e il ritorno all’FMI

Con un debito pubblico che supera la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di sterline, il margine di errore per il governo è pari a zero. Kenneth Rogoff, ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale e docente ad Harvard, ha formulato una diagnosi implacabile:

«Il Regno Unito è sicuramente vulnerabile a una crisi del debito. Non c’è alcuna storia di crescita in questo momento nel Paese: i livelli di debito sono elevati, i tassi di interesse sono alti e la crescita non esiste. Spesso questa è la ricetta esatta per scatenare una crisi debitoria che potrebbe costringere a chiedere l’intervento dell’FMI».

L’illusione contabile di raggiungere il pareggio di bilancio deprimendo gli scambi e tartassando chi produce beni e servizi reali porta sempre al medesimo vicolo cieco. Invece di stimolare l’offerta, incentivare la produzione interna e tagliare i costi improduttivi, la politica preferisce la scorciatoia delle tasse, dimenticando la celebre massima di Winston Churchill:

«Tentare di tassare una nazione per farla prosperare è come un uomo che si mettesse in piedi dentro un secchio e cercasse di sollevarsi per il manico.»

Burnham deve trovare il modo per crescere senza tassare. Ci vorrebbe un miracolo o, semplicemente, cancellare dalla mente le ideologie più stupide, ma questa è la scelta più difficile.

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