Economia
Reddito di cittadinanza, il fallimento che il centrosinistra non riesce a lasciarsi alle spalle

Trentaquattro miliardi di euro spesi in meno di cinque anni, quasi tremila navigator reclutati per trovare lavoro ai beneficiari, un sistema di politiche attive che non è mai riuscito a raggiungere gli obiettivi annunciati. Il Reddito di cittadinanza doveva rappresentare la grande rivoluzione sociale del primo governo Conte. Avrebbe dovuto sconfiggere la povertà e soprattutto accompagnare chi era rimasto fuori dal mercato verso una nuova occupazione. A distanza di anni, i risultati raccontano una storia assai diversa. Eppure, una parte del centrosinistra sembra intenzionata a recuperare proprio quell’esperienza.
La Campania offre un esempio significativo. Il presidente Roberto Fico ha rilanciato l’idea di un reddito minimo regionale, suscitando le critiche del centrodestra sui costi e sulla destinazione delle risorse. Non è la riproposizione automatica del vecchio Reddito di cittadinanza nazionale, ma il richiamo a un sostegno economico continuativo riapre inevitabilmente la discussione sui limiti di quella stagione.
E il tema non è soltanto campano. Nel centrosinistra torna a farsi strada l’idea che il contrasto alle disuguaglianze debba passare soprattutto da nuovi strumenti redistributivi. Lo conferma Nicola Fratoianni, che nell’intervista a Repubblica del 2 novembre ha ribadito la necessità di inserire una patrimoniale nel programma della futura coalizione.
Due proposte differenti, ma che riportano al centro una domanda rimasta senza risposta: come evitare che l’intervento pubblico si limiti a trasferire risorse senza incidere abbastanza sulle cause della povertà?
La vicenda del Reddito di cittadinanza dovrebbe suggerire maggiore prudenza. Secondo il Comitato scientifico di valutazione del Ministero del Lavoro, tra aprile 2019 e dicembre 2023 la misura ha assorbito oltre 34 miliardi, coinvolgendo almeno una volta circa 2,4 milioni di nuclei familiari e 5,3 milioni di persone.
Una spesa imponente, che ha certamente contribuito ad alleviare le difficoltà economiche di molte famiglie, soprattutto durante la pandemia. Ma il sostegno monetario era soltanto una parte del progetto. L’altra, forse la più ambiziosa, consisteva nel trasformare i beneficiari occupabili in lavoratori attraverso formazione, orientamento e offerte concrete.
È proprio su questo terreno che il sistema ha mostrato le maggiori debolezze.
Al dicembre 2022, secondo i dati ANPAL, circa 998mila percettori erano indirizzati ai servizi per il lavoro. Tra quelli tenuti al Patto per il lavoro, il 74,3% non aveva avuto contratti dipendenti o parasubordinati nei 36 mesi precedenti. Una platea lontana dall’occupazione, spesso con qualifiche insufficienti e difficoltà che avrebbero richiesto percorsi individuali di formazione e reinserimento.
Per affrontare questa situazione erano stati reclutati 2.978 navigator, figure chiamate ad affiancare i centri per l’impiego. A marzo 2022 ne restavano 1.870, dopo 1.108 dimissioni. Il costo contabilizzato per il solo periodo settembre 2019-dicembre 2020 aveva raggiunto 149,16 milioni di euro.
Il punto non è attribuire ai singoli navigator il fallimento della riforma. Molti operarono in condizioni organizzative difficili, tra centri per l’impiego con risorse inadeguate, competenze frammentate e banche dati non sempre integrate. Ma proprio questo rende più evidente il problema politico: si era costruito un nuovo apparato prima di avere un sistema sufficientemente efficiente per utilizzarlo.
Già nel 2019 l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica aveva segnalato i rischi legati agli incentivi economici del sussidio. Un beneficio che si riduce quando aumenta il reddito da lavoro può rendere meno conveniente accettare alcune occupazioni, soprattutto quelle scarsamente retribuite.
Nel 2021 lo stesso Osservatorio aveva richiamato le difficoltà dei centri per l’impiego nel favorire il collocamento dei beneficiari. Anche dalla Sapienza di Roma erano arrivate valutazioni critiche sulla capacità del sistema di trasformare l’assistenza economica in inserimento professionale.
Le analisi successive non hanno restituito un giudizio più favorevole sulla componente lavorativa. Uno studio dell’IRPET Toscana ha individuato un effetto positivo ma contenuto, intorno al 3% delle giornate lavorate, insufficiente a determinare un significativo superamento della povertà. Le simulazioni dell’INAPP non hanno evidenziato un impatto apprezzabile sull’offerta complessiva di lavoro.
Sono risultati che vanno interpretati correttamente. Non dimostrano che tutti i beneficiari fossero disinteressati a lavorare, né che il sussidio abbia prodotto ovunque effetti occupazionali negativi. Dimostrano però quanto fosse debole il collegamento tra la distribuzione delle risorse e la capacità di creare nuove opportunità.
Anche sul contrasto alla povertà il bilancio presenta luci e ombre. Le simulazioni Istat hanno documentato una riduzione della povertà assoluta grazie al Reddito di cittadinanza. Ma la valutazione ministeriale ha rilevato che nel 2022 la misura raggiungeva soltanto il 32,3% delle famiglie in povertà assoluta.
Il paradosso è evidente: una misura molto costosa, nata per aiutare i poveri e favorire il lavoro, non riusciva a raggiungere una parte consistente delle famiglie più fragili e non disponeva di un sistema adeguato per misurare l’efficacia dei percorsi occupazionali.
A tutto questo si aggiunge il capitolo delle irregolarità e delle frodi. La Guardia di Finanza ha individuato, nel periodo 2019-2024, oltre 665 milioni di euro di contributi indebitamente richiesti o percepiti. È una cifra che comprende situazioni differenti e non può essere equiparata integralmente a denaro effettivamente incassato dai truffatori. Resta però indicativa dei problemi emersi nei controlli e nell’accesso alla misura.
Di fronte a un bilancio simile, ci si aspetterebbe che il confronto politico ripartisse soprattutto dagli errori commessi: come rendere più efficaci i centri per l’impiego, collegare la formazione alla domanda delle aziende, evitare trappole assistenziali e destinare gli aiuti a chi ne ha realmente bisogno.
Invece il dibattito del centrosinistra torna a concentrarsi anche sulla redistribuzione. L’iniziativa di Fico in Campania riporta in discussione il sostegno economico regionale, mentre Fratoianni rilancia la patrimoniale.
Il leader di Alleanza Verdi e Sinistra propone di tassare i patrimoni personali netti superiori a 5,4 milioni di euro, una platea stimata dai promotori in circa 50mila persone. Non si tratta quindi di un’imposta generalizzata sui risparmi degli italiani, ma di un prelievo rivolto alle grandi ricchezze.
La questione, tuttavia, è tutt’altro che risolta persino all’interno del campo largo. Giuseppe Conte ha espresso pubblicamente dubbi sull’efficacia di una patrimoniale nazionale, richiamando le difficoltà di valutazione dei patrimoni e la mobilità internazionale dei capitali. Bonelli e Fratoianni hanno replicato sostenendo che quelle obiezioni non trovano conferma negli studi ai quali fanno riferimento.
È una divergenza significativa, perché riguarda non un dettaglio del programma ma il modo stesso di finanziare le politiche sociali.
Naturalmente contrastare le disuguaglianze è un obiettivo legittimo, e la discussione sulla tassazione delle grandi ricchezze ha una propria dignità economica. Ma il problema italiano non può essere ridotto alla ricerca di nuove risorse da redistribuire. Occorre capire come aumentare la produttività, favorire gli investimenti, migliorare le retribuzioni e creare opportunità per chi oggi dipende dall’assistenza pubblica.
È qui che il confronto con il governo Meloni diventa politico. L’esecutivo ha scelto di superare il Reddito di cittadinanza, distinguendo maggiormente il sostegno ai nuclei fragili dagli strumenti di accompagnamento per le persone attivabili al lavoro. La riuscita dell’Assegno di inclusione e del Supporto per la formazione e il lavoro deve naturalmente essere valutata attraverso risultati verificabili, non soltanto sulla base delle intenzioni.
Ma la vicenda del Reddito di cittadinanza lascia una lezione che dovrebbe valere per tutti: non basta annunciare una misura sociale, finanziarla e moltiplicare gli uffici incaricati di gestirla. Bisogna verificare se riesca davvero a modificare la condizione di chi ne beneficia.
Il centrosinistra ha ogni diritto di proporre nuovi strumenti contro la povertà e le disuguaglianze. Prima di recuperare l’eredità del Reddito di cittadinanza, però, dovrebbe spiegare quali errori intenda correggere e quali risultati concreti si aspetti di ottenere.
Perché la differenza tra assistenza e autonomia economica non si misura nei miliardi stanziati, ma nella possibilità delle persone di trovare un lavoro, mantenerlo e costruirsi un futuro senza dipendere stabilmente da un sussidio pubblico









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