Politica
Preferenze affossate, la sinistra festeggia la palude: unita contro Meloni, divisa su tutto il resto

La bocciatura dell’emendamento sulle preferenze alla Camera offre una fotografia particolarmente nitida della politica italiana. La proposta è stata respinta per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli. Uno scrutinio segreto, richiesto dalle opposizioni, ha consentito ai franchi tiratori di colpire senza assumersi pubblicamente la responsabilità della propria scelta. È evidente che alcuni voti siano mancati anche nella maggioranza e su questo il centrodestra dovrà fare chiarezza. Ma resta altrettanto evidente il significato politico dell’esultanza proveniente dai banchi dell’opposizione.
Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra avevano chiesto che emendamenti, articoli e voto finale sulla legge elettorale potessero svolgersi a scrutinio segreto. Dopo la bocciatura delle preferenze, dalle opposizioni si sono levate richieste di dimissioni e di elezioni anticipate. Non si è festeggiato il miglioramento di una legge, ma il fallimento del tentativo di restituire ai cittadini almeno una parte del potere di scegliere i propri rappresentanti.
Giorgia Meloni ha parlato di una nuova vittoria della “palude”. La presidente del Consiglio ha ricordato di aver chiesto un voto palese, affinché ciascun parlamentare mettesse la faccia sulla propria decisione, riconoscendo contemporaneamente che nella maggioranza sono mancati diversi voti. Una posizione che non nasconde l’incidente politico interno, ma pone una domanda semplice: perché le opposizioni, che denunciano continuamente il potere delle segreterie, hanno votato contro la possibilità per gli elettori di indicare direttamente i candidati?
Una annotazione merita anche il sistema del voto segreto che dai tempi di Romano Prodi, la cui candidatura al colle fu impallinata dai famosi 101 franchi tiratori, è sempre criticata dalla sinistra a parole per poi essere richiesta a gran voce quando serve a nascondere le proprie contraddizioni interne.
Il voto ha certamente aperto un problema anche all’interno della maggioranza. Lega e Forza Italia avevano annunciato il proprio sostegno all’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, ma nel segreto dell’urna alcuni parlamentari del centrodestra hanno evidentemente scelto una strada diversa oppure non hanno partecipato al voto. Non è possibile stabilire con certezza chi siano stati i franchi tiratori proprio perché lo scrutinio segreto protegge l’anonimato delle singole scelte. Ma come ha giustamente sottolineato Galeazzo Bignami almeno il governo come nelle riforma della giustizia ci ha provato e ci ha messo la faccia, altri invece si nascondo dietro ad uno strumento obsoleto per la sola volontà di tenersi strette le proprie prebende a danno di cittadini e democrazia
È questo il punto politico più grave. Non tanto la libertà del parlamentare di dissentire, che deve essere sempre rispettata, quanto la possibilità di farlo senza spiegare pubblicamente le proprie ragioni. Un deputato può legittimamente essere contrario alle preferenze, ma dovrebbe avere il coraggio di dirlo agli elettori, soprattutto quando si votano le regole con cui saranno scelti i futuri rappresentanti del popolo.
Il paradosso è evidente. La sinistra accusa da anni il centrodestra di voler indebolire il Parlamento, ma quando si presenta l’occasione di rafforzare il rapporto tra eletti, elettori e territori preferisce conservare le liste decise dall’alto. Le preferenze avrebbero certamente richiesto regole rigorose e non avrebbero eliminato completamente il ruolo dei partiti, anche perché la proposta manteneva un capolista bloccato. Avrebbero però restituito ai cittadini la possibilità di incidere sulla scelta degli altri parlamentari.
La difesa delle liste bloccate garantisce invece alle segreterie un potere formidabile. Chi decide la posizione dei candidati controlla di fatto la loro elezione e, successivamente, ne condiziona l’autonomia politica. Il parlamentare scelto dagli elettori risponde anche al proprio territorio; quello nominato dall’apparato sa che la sua permanenza dipende soprattutto dal vertice del partito. È difficile non vedere, dietro il rifiuto delle preferenze, la volontà di conservare questo meccanismo.
Le opposizioni riescono così a presentarsi unite soltanto quando devono fermare Giorgia Meloni. L’unità non nasce da una visione condivisa del Paese, ma dalla convenienza di trasformare ogni passaggio parlamentare in un’occasione per indebolire il Governo. La manifestazione del campo largo a Napoli ha mostrato quanto sia fragile la coalizione appena si passa dagli slogan alle decisioni concrete.
Lo scrutinio segreto si è trasformato ancora una volta nello strumento ideale per le imboscate parlamentari. Consente di sabotare un accordo, colpire un avversario o regolare conti interni senza assumersi alcuna responsabilità politica. E appare particolarmente contraddittorio che siano state proprio le opposizioni a insistere su questo metodo, utilizzandolo per ottenere una sconfitta della maggioranza e chiedere subito dopo le dimissioni del Governo.
Dal palco di piazza del Gesù, a Napoli, una settimana fa, Elly Schlein ha promesso che il centrosinistra non si sarebbe più diviso. Nella stessa manifestazione, però, Giuseppe Conte ha contestato la rappresentazione della Russia come minaccia per l’Europa e ha ribadito la propria contrarietà al riarmo. Quelle parole hanno provocato la reazione dell’area riformista del Pd e riaperto le distanze tra democratici e Cinque Stelle sulla politica estera e sul sostegno all’Ucraina.
Le tensioni non sono state soltanto mediatiche. Schlein e Conte come distanti sul riarmo, mentre il Movimento 5 Stelle ha provato a smentire l’esistenza di una rottura. Conte ha poi confermato la propria linea, sostenendo di essere dalla parte dell’Ucraina ma opponendosi alla strategia europea di aumento delle spese militari.
Dietro la competizione politica c’è inoltre il nodo della leadership. Schlein guida il principale partito della coalizione, ma Conte dispone di un profilo autonomo, di una propria base elettorale e di una strategia costruita per contendere al Pd la direzione del campo progressista. I due possono salire sullo stesso palco e promettere unità, ma restano concorrenti per Palazzo Chigi, divisi su questioni decisive e costretti a rinviare continuamente il confronto sulle scelte più difficili.
La bocciatura delle preferenze conferma quindi il vero collante delle opposizioni: essere contro Meloni. Sono unite quando devono ricorrere al voto segreto per fermare una proposta della maggioranza; tornano a dividersi quando bisogna decidere quale politica estera adottare, come finanziare la difesa o chi debba guidare l’alleanza.
È una coalizione della negazione, non ancora un’alternativa di governo. La festa per il no alle preferenze ne rivela l’anima più conservatrice: difendere la palude parlamentare, preservare il controllo delle segreterie e impedire che siano gli elettori a scegliere. Anche a costo di celebrare come una vittoria politica l’ennesima occasione perduta per rendere la democrazia italiana più trasparente e partecipata.









You must be logged in to post a comment Login