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EconomiaEnergia

Petrolio oltre i 100 dollari e barili fantasma: l’OPEC+ congela le quote mentre il Medio Oriente brucia

Il vertice OPEC+ congela la produzione per novembre mentre mancano 5 milioni di barili al giorno: con il Brent oltre i 100 dollari e lo Stretto di Hormuz semibloccato, il ricorso alle scorte di emergenza voluto da Trump rischia di essere solo una tregua passeggera prima di nuovi rincari per famiglie e imprese.

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Il barile di petrolio greggio Brent resta inchiodato sopra la soglia critica dei cento dollari e l’estrazione reale dei paesi del Golfo crolla, ma l‘OPEC+ sceglie l’immobilismo. Domenica, nel corso di una rapida riunione virtuale, i sette membri guida del cartello hanno deciso di lasciare intatti gli obiettivi di produzione per il mese di novembre.

Al tavolo telematico sedevano i pezzi da novanta dell’alleanza: Arabia Saudita, Russia, Iraq, Kuwait, Algeria, Kazakistan e Oman. Una mossa ampiamente prevista dagli addetti ai lavori, ma che certifica una verità drammatica per i consumatori: l’offerta globale è al collasso e le delibere formali dei ministri somigliano ormai a un rito privo di aderenza alla realtà.

I comunicati ufficiali continuano a vendere illusioni statistiche. Sebbene il gruppo dichiari da tempo di voler alzare la produzione nel corso del 2026 dopo anni di tagli, gli aumenti promessi esistono solo sulla carta. I barili fisici non arrivano sul mercato perché gli eventi bellici hanno travolto le tabelle di marcia.

Nel mese di agosto, i sette paesi cardine hanno pompato 25 milioni di barili al giorno. Si tratta di un incremento modesto di 630 mila barili rispetto a luglio, ma siamo ancora lontanissimi dai livelli pre-bellici di febbraio: mancano all’appello circa cinque milioni di barili al giorno rispetto all’inizio del conflitto.

A bloccare le pompe non sono strategie commerciali, ma una spirale di conflitti che rende ingestibile l’intera area:

  • La guerra USA-Israele contro l’Iran: i bombardamenti e i blocchi hanno ridotto a minimi storici l’export di Teheran, ormai quasi azzerato se non per volumi marginali.
  • La strozzatura di Hormuz: lo stretto marittimo nevralgico lavora a singhiozzo, con transiti fermi tra il 60% e l’80% dei ritmi ordinari.
  • I raid Houthi contro i sauditi: la minaccia costante sulle condotte e sugli impianti petroliferi di Riad rende insicuro qualsiasi piano di carico.
  • La rottura con gli Emirati: lo sfilamento politico di Abu Dhabi indebolisce il cartello e svuota di peso le decisioni comuni.

In questo scenario, la riunione parallela del comitato di monitoraggio (JMMC) si è trasformata in un esercizio burocratico, un momento di scambio idee, ma poco più. Controllare il rispetto delle quote teoriche mentre le rotte marittime sono bloccate rasenta il surreale. Persino la verifica tecnica delle capacità estrattive per il 2027 è stata rimandata a data da destinarsi: calcolare il potenziale futuro sotto le bombe è impossibile.

Parametro energeticoLivello pre-crisi (Febbraio)Livello attuale (Agosto-Ottobre)Effetto reale sul mercato
Estrazione 7 membri chiave~30 milioni barili/giorno25 milioni barili/giornoDeficit di 5 milioni bpd
Prezzo del greggio Brent73 dollari al barileOltre 100 dollari al barileAumento netto del 37%
Flussi navali dal Golfo100% a pieno regimeTra il 60% e l’80%Taglio dell’offerta fino al 40%

L’accordo dei governi europei alla richiesta di Donald Trump di liberare le riserve strategiche di gasolio ha avuto effetti più profondi di questa riunione dei produttori.  L’uso delle riserve però  è  un palliativo rischioso. Attingere alle scorte di sicurezza per calmierare momentaneamente i listini equivale a prendere un analgesico contro un’emorragia: offre un sollievo di pochi giorni, ma lascia i magazzini sguarniti. Quando queste riserve saranno esaurite, la carenza strutturale tornerà a farsi sentire con violenza raddoppiata.

A peggiorare il quadro c’è il rischio della consueta risposta cieca delle banche centrali. Di fronte a un’impennata dei costi energetici generata dalla guerra, la tentazione di mantenere tassi alti non farà scendere il prezzo del greggio, ma soffocherà la domanda interna e gli investimenti industriali.

Con due milioni di barili di tagli ancora formalmente in vigore e il Golfo trasformato in una polveriera, attendersi ribassi stabili prima del 2027 è una pia illusione, ma questo non dipende dell’associazione dei produttori di petrolio, quanto dalle vicende internazionali e geopolitiche e dalla domanda dell’Estremo Oriente, oltre che dalla produzione. L’OPEC+ firma intese formali, ma a decidere il prezzo del carburante sono ormai i missili e le rotte interrotte.

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