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PERRY È LA’ E NON LO VEDIAMO

 

Ci sono quelli che la “ripresa economica” la dànno per avvenuta. La definiscono “debole”, “fragile”, pressoché invisibile come gli abiti nuovi dell’imperatore, ma è lì. E se non la vedete è colpa vostra. Altri, di vista meno acuta, la dànno per imminente. Anche se sono anni che ne sentiamo spostare in avanti la data. Ma su un punto l’universo mondo sembra d’accordo: la ripresa o c’è o ci sarà presto.

Atteggiamento stupefacente. Se si sono poste tutte le condizioni perché un avvenimento si verifichi, non rimane che aspettare. Ma se non si è fatto nulla per modificare la realtà che ha condotto alla crisi, quell’ atteggiamento è demenziale. Durante la siccità i contadini attendono la pioggia e basta, sia perché non possono provocarla, sia perché è fatale che piova, una volta o l’altra. Ma un atteggiamento del genere non si giustifica in economia. In Russia hanno aspettato per settant’anni che il comunismo producesse la prosperità promessa e quella prosperità non si è mai avuta.

A sentire il governo, ciò che produrrà questa ripresa – se non dovesse verificarsi prima per impulso dello Spirito Santo – sono le riforme. Cose taumaturgiche già solo a nominarle. E tuttavia, di quali stiamo parlando? E quanto saranno incisive? Se si stabilisse che tutti i documenti della Pubblica Amministrazione devono essere scritti su carta verde pallido, questa disposizione influenzerebbe l’intera macchina dello Stato: ma non cambierebbe nulla. E anche quando si parla della giustizia, bisognerebbe scendere sul concreto specificando quale sarebbe il provvedimento che la renderebbe veloce e credibile. Invece oggi nessuno osa proporre nemmeno uno schema. La scelta è infatti fra una riforma possibile che non riforma niente e una riforma impossibile che riforma tutto, avendo tuttavia la certezza che i magistrati protesterebbero comunque. E magari, come tante altre volte, l’avrebbero vinta.

Gli atteggiamenti ottimistici possono far contente le folle e portare voti ai politici ma non servono a comprendere la realtà. Alcune situazioni di degrado sono senza rimedio (la decadenza dell’Impero Romano), altre (il Giappone dopo la visita del Commodoro Matthew Perry) sono suscettibili non solo di salvataggio ma di impensati e positivi sviluppi. Tutto dipende da come un popolo vive il difficile momento e in primo luogo dalla sua mentalità. Il Giappone ebbe l’intelligenza di capire che o cambiava o sarebbe rimasto indietro. E cambiò, accidenti se cambiò. I romani invece si cullarono  nella fede dell’immortalità dell’Impero e sperarono sempre di cavarsela senza sporcarsi le mani personalmente. La loro furbizia li perdette.

Se parliamo delle grandi nazioni europee, il caso dell’Italia è fra i peggiori. Le cause della sua decadenza, quanto meno ad alcuni, sono chiare. Esse sono costituite dall’accumulazione di un’infinita serie di errori che la straordinaria capacità di sopravvivenza degli italiani ha saputo a lungo neutralizzare. Finché il vaso non ha traboccato. Ma la convinzione generale – se si eccettuano i veri produttori di ricchezza, imprenditori e autonomi – è che la ripresa deve esserci alle condizioni attuali. E cioè, mentre si proclama con voce stentorea che queste condizioni devono essere in grande misura cambiate, in concreto si pretende che cambino per non cambiare. Che le riforme riguardino sempre altri. Che nessuno le paghi. Insomma che l’Italia rimanga com’è.

Un esempio è il mercato del lavoro. Ammesso per ipotesi che la salvezza possa venire da una legge contenuta in meno di una sola riga – “libertà di licenziamento, libertà di retribuzione” – quanti sarebbero disposti a sottoscriverla? Tutti tendono a pensare che il grande freno alla liberalizzazione del lavoro venga dai sindacati: ma se i sindacati fossero la Camusso, Bonanni e Angeletti, non sarebbero sufficienti neanche per giocare una partita di bridge. Se hanno tanta forza, è perché hanno dietro di sé i lavoratori che la pensano come loro.

Il Partito del Freno è forse il primo, in Italia. Per questo, per potersi vantare d’aver cambiato qualcosa, l’attuale Primo Ministro si è lanciato in primo luogo in riforme che non riguardano la vita quotidiana della gente: la legge elettorale e l’abolizione del Senato. Se invece fosse stato convinto che la riforma capace di dare una svolta all’Italia era, per dire, quella della giustizia, da quella avrebbe dovuto cominciare, non dal problema se i nuovi senatori debbano o no essere eletti e retribuiti. Ma è stato troppo furbo per tentare l’impossibile.

Si chiarisce così il problema della ripresa. Molti credono che essa sia fatale. I miscredenti invece si chiedono se l’attuale assetto nazionale sia ancora capace di produrre prosperità o se esso sia su un binario morto. E quale Commodoro Perry gli italiani aspettino per accorgersene.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

28 giugno 2014

 

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