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Pechino contro Paraguay: scattano le sanzioni, ma Asunción caccia Huawei dal 5G e sceglie i microchip di Taiwan

Ritorsione di Pechino contro il ministro paraguaiano dopo l’esclusione di Huawei dal 5G: Asunción sfida il Dragone e accelera sul maxi polo dell’intelligenza artificiale con Taiwan.

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La guerra fredda per il controllo della tecnologia globale registra uno scontro senza precedenti in Sud America. Pechino ha colpito con pesanti sanzioni il ministro delle tecnologie del Paraguay, Gustavo Villate, dopo che il governo paraguaiano ha sbarrato le porte delle proprie reti 5G ai giganti cinesi Huawei e ZTE. La reazione di Asunción è stata immediata e categorica: nessun passo indietro sui legami con Taiwan e via libera a una sfida aperta al Dragone sul terreno dell’intelligenza artificiale e della sovranità digitale. Il Paraguay è uno dei pochi paesi rilevanti che riconosca come Cina Taipei e non Pechino.

Il tranello burocratico che ha escluso la Cina

La miccia dello scontro non è soltanto ideologica, ma poggia su una mossa di politica industriale tanto semplice quanto letale per gli interessi cinesi.

Durante la recente gara pubblica per l’assegnazione delle frequenze 5G, l’ente regolatore delle telecomunicazioni del Paraguay (Conatel) ha inserito un requisito stringente: ogni fornitore di apparati radio doveva presentare una certificazione approvata da una sede diplomatica paraguaiana nel Paese di produzione dell’hardware.

Poiché il Paraguay riconosce formalmente Taiwan e non intrattiene relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese, per Huawei e ZTE partecipare è risultato impossibile. Le licenze sono state così assegnate agli operatori Claro e Nubicom, lasciando a bocca asciutta le compagnie che si appoggiavano all’infrastruttura di Shenzhen.

Paesi che riconoscono Taiwan come vera Cina

Pechino ha risposto congelando gli eventuali beni del ministro Villate sul suolo cinese, vietando qualsiasi affare commerciale con lui e impedendogli l’ingresso in Cina continentale, a Hong Kong e a Macao. Misure identiche hanno colpito anche il ministro degli Esteri del Belize, Francis Fonseca, altro paese che riconosce Taiwan e non la Cina continentale.

Villate ha accolto la misura con una buona dose di sarcasmo, definendola una vera e propria «medaglia al valore»:

«Questa sanzione dimostra che la strada intrapresa è quella corretta. Se i fornitori esclusi dai nostri standard tecnici fossero davvero imprese private indipendenti, perché un governo straniero dovrebbe reagire sanzionando un ministro paraguaiano?». Una bella domanda che i paesi europei evitano di porsi…

Il dilemma economico: bistecche contro microchip

Il Paraguay si trova a un bivio strategico. Da un lato ci sono i potenti produttori agricoli nazionali, che spingono per aprire a Pechino nella speranza di vendere soia e carne bovina a un mercato da oltre un miliardo di consumatori. Dall’altro c’è la scelta dell’esecutivo di Santiago Peña, orientata a rafforzare la sicurezza nazionale e attirare investimenti ad alto valore aggiunto.

Scelta strategicaOpportunità immediateRischi e vincoli
Asse con PechinoSbocco massiccio per carne e soiaDipendenza commerciale e cessione del controllo delle reti dati
Alleanza con Taiwan e USASviluppo tecnologico, chip avanzati e cyber-sicurezzaPressioni geopolitiche e mancato accesso diretto al mercato cinese

La scommessa “Yguazú Digital”: energia e calcolo avanzato

La risposta concreta di Asunción al blocco cinese non si ferma alle dichiarazioni diplomatiche, ma punta sulle infrastrutture. Il progetto di punta si chiama Yguazú Digital, un grande centro dati dedicato all’intelligenza artificiale nato dall’intesa diretta tra il presidente paraguaiano Santiago Peña e il presidente taiwanese William Lai Ching-te.

Il piano industriale si basa su una combinazione logica:

  • Taiwan fornisce l’accesso all’hardware più avanzato, a partire dai processori grafici Nvidia;
  • Il Paraguay mette a disposizione i terreni demaniali e l’enorme disponibilità di energia idroelettrica a basso costo prodotta dal proprio bacino idrico e dal complesso di Itaipú.

La prima fase prevede una struttura da 10 megawatt per un investimento iniziale superiore ai 300 milioni di dollari, con avvio pianificato entro il 2027. Nei piani del governo, l’hub tecnologico punta a trasformare l’abbondanza energetica pubblica in potenza di calcolo, evitando che il Paese rimanga relegato al ruolo di semplice fornitore di materie prime agricole.

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