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Mentre i droni spengono l’oleodotto saudita, spunta un patto a sorpresa su Hormuz: Accordo Iran EAU?

Droni bloccano l’oleodotto saudita e i ribelli avanzano nel Mar Rosso: l’inatteso faccia a faccia tra Emirati e Iran a Nuova Delhi apre una via di fuga per il greggio.

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Una pioggia di droni blocca il principale oleodotto dell’Arabia Saudita, i ribelli Houthi prendono un’isola strategica nel Mar Rosso e le petroliere si ritrovano improvvisamente senza vie d’uscita sicure. Nel momento di massima tensione nel Golfo, con la stretta economica voluta da Donald Trump che sembrava aver cancellato ogni margine di dialogo, si accende uno spiraglio del tutto inatteso.

Ai margini del vertice BRICS a Nuova Delhi, il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed Al Nahyan, si è seduto allo stesso tavolo con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’obiettivo immediato non è una pace teorica, ma qualcosa di molto più urgente: evitare che il commercio del greggio resti soffocato.

La diplomazia, del resto, non si muove quasi mai per improvviso afflato morale, ma per stringente necessità materiale. Con il sultano dell’Oman a fare da mediatore silenzioso tra Teheran e i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Iran ha aperto alla possibilità di definire un corridoio temporaneo di navigazione nello Stretto di Hormuz.

La conferma è arrivata direttamente dalla televisione di stato iraniana per voce di Behnam Saeedi, segretario della Commissione per la Sicurezza Nazionale del parlamento di Teheran. L’accordo per un passaggio controllato sarebbe imminente, anche se non equivale a una riapertura totale dello stretto, subordinata da Teheran alla revoca del blocco navale e delle sanzioni americane.

Il tempismo di questa apertura non è casuale. Nelle stesse ore, infatti, la mappa energetica dell’Arabia Saudita subiva un duro colpo logistico.

Un attacco condotto con droni ha costretto Riad a spegnere, in via precauzionale, il condotto Est-Ovest (noto come Petroline), un’arteria lunga milleduecento chilometri che taglia l’intera penisola per portare il greggio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Contemporaneamente, nel passaggio meridionale di Bab el-Mandeb, gli insorti Houthi hanno conquistato l’isola di Mayun e il porto di Mokha, blindando di fatto l’uscita a sud.

Oleodotto est-ovest

Per comprendere la gravità di questa morsa geografica, basta osservare come si muovevano finora i flussi:

Snodo logisticoStato operativo attualeRischio pratico per il transito
Stretto di HormuzFlusso ridotto ma attivo; bozza d’intesaMinacce di sequestri e blocco navale
Oleodotto Est-Ovest (Petroline)Chiuso per attacco con droniAzzeramento della rotta via terra verso ovest
Stretto di Bab el-MandebSotto pressione militare HouthiRotta del Mar Rosso bloccata verso sud

Questa tenaglia ha messo a nudo la vulnerabilità delle vie alternative. Il piano di Riad è sempre stato semplice: se Hormuz diventa impraticabile a causa delle tensioni con Teheran, pompiamo il petrolio fino al Mar Rosso e carichiamo le navi dall’altra parte del regno.

Ma se l’oleodotto è fermo per le esplosioni e il Mar Rosso meridionale è sotto il tiro dei missili costieri, la rotta di riserva svanisce all’istante. A quel punto, le navi cisterna che riescono a caricare a Yanbu non possono scendere verso l’Asia; dovrebbero risalire a nord attraverso Suez, affrontando peripli lunghissimi e costi di nolo spropositati.

Qui si inserisce l’elemento più interessante e pragmatico della vicenda. I dati reali di navigazione dimostrano che Hormuz non è mai stata sigillata del tutto. Secondo Russell Hardy, amministratore delegato del colosso del trading Vitol, circa dieci milioni di barili al giorno hanno continuato a transitare nello stretto. Per gli analisti di Goldman Sachs il volume reale sarebbe persino superiore, attestandosi tra i quindici e i sedici milioni di barili quotidiani.

Questo significa che Teheran stava perdendo parte della sua capacità di ricatto sullo stretto. Gli acquirenti e gli armatori più spregiudicati hanno continuato a navigare, spingendo la dirigenza iraniana e i suoi alleati periferici ad alzare il tiro altrove: sui tubi sauditi e sulle isole del Mar Rosso.

Ed è esattamente in questa piega che l’intesa discussa tra Emirati e Iran assume un ruolo decisivo. Un accordo tecnico su Hormuz non risolverà l’eterna disputa tra Washington e Teheran, ma offre una via d’uscita concreta al problema saudita.

Se la rotta provvisoria concordata con l’Oman permetterà il transito sicuro delle navi mercantili, le ricadute operative dell’interruzione dell’oleodotto Est-Ovest verrebbero quasi del tutto assorbite. L’Arabia Saudita, infatti, non avrebbe più bisogno di forzare il flusso verso ovest attraverso una condotta danneggiata o a rischio di nuovi raid; potrebbe semplicemente tornare a caricare le proprie superpetroliere direttamente dai grandi pontili del Golfo Persico, come Ras Tanura.

Le rotte di Hormuz

In termini pratici, un passaggio ordinato a Hormuz disinnesca l’emergenza creata dall’attacco all’oleodotto:

  • Permette a Riad di riparare gli impianti del condotto Est-Ovest senza dover ridurre i carichi destinati all’estero;
  • Evita che le petroliere debbano affrontare la pericolosa strettoia di Bab el-Mandeb, ora saldamente contesa;
  • Ristabilisce una routine marittima accettabile per gli operatori commerciali del Golfo, allontanando lo spettro dell’imbuto logistico totale.

Non siamo davanti alla fine delle ostilità. La pressione della Casa Bianca per soffocare i ricavi iraniani rimane alta e le schermaglie proseguiranno. Tuttavia, quando i rubinetti rischiano di chiudersi per tutti, anche i rivali più accesi scoprono che un corridoio marittimo sicuro conviene sia a chi vende, sia a chi riscuote il pedaggio.

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