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Pechino avverte Bruxelles: “Sanzioni illegittime, giù le mani dalle nostre aziende”

La Cina si ribella al 20° pacchetto di sanzioni UE contro la Russia: “Giù le mani dalle nostre aziende”. Uno scontro geopolitico che certifica la fine del mondo unicentrico e minaccia l’industria della Germania e del Nord Europa. L’analisi macroeconomica e politica.

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Il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia ha innescato una reazione che nei corridoi di Bruxelles, forse, si tendeva a sottovalutare: l’aperta e formale irritazione di Pechino. Ignorando le ripetute rimostranze asiatiche, le autorità europee hanno inserito diverse realtà cinesi nella “lista nera” di chi, secondo l’UE, favorirebbe lo sforzo bellico di Mosca. La risposta del Dragone è stata tanto burocratica quanto raggelante.

Il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) ha esortato l’Unione Europea a rimuovere “immediatamente” le proprie imprese da questo ennesimo impianto sanzionatorio. Il portavoce di Pechino ha chiarito la posizione del governo: la Cina prenderà tutte le misure necessarie per salvaguardare i legittimi interessi delle proprie aziende, e l’Europa dovrà farsi carico di “tutte le conseguenze”.

Lo scontro geopolitico: la fine dell’illusione eurocentrica

Il fulcro di questa vicenda, prima ancora che commerciale, è squisitamente politico e diplomatico. Per comprendere la reazione di Pechino, bisogna uscire dalle logiche autoreferenziali dell’Occidente. La mossa europea rappresenta un vero e proprio “bagno di realtà” per un’euroburocrazia che dà storicamente per scontato che tutto il mondo debba prenderla ad esempio, adeguandosi silenziosamente ai suoi standard normativi ed etici.

Pechino ha ribadito dei punti fermi che tracciano un solco profondo con la visione di Bruxelles:

  • Il primato dell’ONU: La Cina non riconosce e respinge fermamente qualsiasi sanzione unilaterale priva dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
  • Stop all’extraterritorialità: Pechino non tollera la cosiddetta “long-arm jurisdiction”, ovvero la pretesa europea (o americana) di applicare le proprie leggi su entità sovrane di Paesi terzi.
  • Multipolarismo pragmatico: A Pechino interessano gli affari reali e la stabilità delle catene di approvvigionamento, non le crociate morali.

È un segnale politico inequivocabile indirizzato non solo all’Europa, ma a tutto il “Sud Globale” e ai BRICS: il mondo è cambiato, e l’asse euro-atlantico non ha più il monopolio del diritto internazionale. Adesso qualcuno a Bruxelles dovrà decidere la priorità strategica: insistere nell’isolamento di Mosca pretendendo l’allineamento forzato di Paesi terzi, oppure mantenere un canale diplomatico aperto con la prima potenza manifatturiera del pianeta.

Le ricadute macroeconomiche: un boomerang asimmetrico

Se la questione politica è scottante, quella economica rischia di essere un autogol clamoroso. Da una prospettiva macroeconomica, innescare ritorsioni commerciali con la Cina in questo frangente storico è una scommessa azzardata.

  • Il colpo alla locomotiva europea: Le conseguenze più pesanti di un eventuale scontro commerciale ricadrebbero senza dubbio sulla Germania e sui Paesi del Nord Europa. La loro industria esportatrice necessita disperatamente sia degli input intermedi a basso costo provenienti dall’Asia, sia dell’immenso mercato di sbocco cinese.
  • Il nodo del deficit: D’altro canto, la situazione è complessa perché l’Europa intera viaggia con un marcato deficit commerciale nei confronti di Pechino. Importiamo molto più di quanto esportiamo.

L’Europa ritiene di poter condizionare la politica cinese per via economica, ma questa pretesa rischia di rivelarsi illusoria: sia perché la politica di Pechino guarda anche oltre il mero import export, sia perché le lobbying filo orientali sono molto più forti di quanto si pensi. Vedrete che presto la Commissione cambierà idea.

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