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Oltre il dogma del mercato autoregolato: la vera lezione di Adam Smith tra diritto pubblico e fallimenti di sistema. (di Riccardo Renzi)

Oltre il dogma del mercato autoregolato: la mano invisibile ha bisogno del diritto pubblico

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La riduzione sistematica dell’opera di Adam Smith a manifesto ideologico del laissez-faire incondizionato rappresenta una delle più durature e perniciose mistificazioni nella storia del pensiero economico. L’attribuzione al pensatore scozzese di una cieca fiducia nell’automatismo allocativo dei mercati ignora la complessità strutturale della sua analisi, profondamente radicata nella filosofia morale, nella sociologia istituzionale e nella scienza giuridica del Settecento. Un esame rigoroso della Ricchezza delle nazioni e della Teoria dei sentimenti morali restituisce un quadro in cui il mercato non costituisce un’entità naturale e autoreferenziale, bensì un costrutto sociale che necessita di precisi presidi istituzionali, di un ordinamento giuridico vincolante e di un intervento pubblico correttivo per non degenerare in patologia sociale e in preda speculativa.

Il concetto di “mano invisibile”, assurto a dogma intoccabile dalla vulgata neoliberista, viene sistematicamente estrapolato dal suo contesto etico e ordinamentale. Per Smith, l’armonia degli interessi individuali non discende da una dinamica anarchica o predatoria, ma presuppone rigorose coordinate normative: il rispetto della legalità, la tutela della giustizia e il principio di simpatia interpersonale. Senza una cornice giudiziaria solida e un apparato pubblico capace di sanzionare le asimmetrie e prevenire le concentrazioni di potere, la competizione economica si trasforma inevitabilmente in rendita parassitaria e distorsione distributiva.

Il mercato, in ottica smithiana, non può reggersi sull’assenza dello Stato o sull’anarchia dei fattori privati. Al contrario, l’efficacia dello scambio presuppone che l’ordinamento pubblico garantisca la certezza del diritto, la tutela della proprietà e la parità formale delle condizioni di accesso. La pretesa di separare la sfera economica dalle leve della sovranità giuridica e amministrativa costituisce un errore concettuale che tradisce le fondamenta stesse del liberalismo classico, trasformandolo in un darwinismo sociale estraneo al pensiero illuminista.

Un pilastro fondamentale dell’analisi di Smith è costituito dalla divisione del lavoro quale motore primario della produttività e della crescita della ricchezza collettiva. Tuttavia, il filosofo scozzese non ne sottovaluta i costi sociali, psicologici e antropologici. La specializzazione spinta delle mansioni produttive genera inevitabilmente l’alienazione e l’impoverimento intellettuale del lavoratore, costretto a una ripetitività meccanica che ne atrofizza le facoltà critiche e civiche.

Proprio per neutralizzare questa deriva distruttiva, Smith individua nello Stato il soggetto istituzionale deputato a compensare i fallimenti strutturali del mercato attraverso l’investimento diretto in servizi essenziali, primo fra tutti l’istruzione pubblica finanziata dalla fiscalità generale. L’istruzione non risponde a una logica di mera utilità aziendale o di efficienza mercantile, ma costituisce un servizio pubblico fondamentale per preservare la tenuta democratica e intellettuale della comunità di fronte alle scorie della divisione capitalistica del lavoro. L’intervento pubblico, sotto forma di spesa sociale e servizi essenziali, non rappresenta dunque un’eccezione temporanea o un’interferenza indebita, ma una componente strutturale e irrinunciabile dell’ordine economico.

La persistenza di crisi sistemiche, disoccupazione involontaria e disuguaglianze profonde dimostra l’intrinseca fragilità di un modello economico privo di contrappesi pubblici. L’idea che i mercati possano correggere spontaneamente le proprie inefficienze sconta un pregiudizio ideologico che ignora gli avvertimenti dello stesso Smith. L’autore osservava lucidamente che gli operatori economici tendono costantemente a cospirare contro l’interesse pubblico attraverso restrizioni della concorrenza, accordi di cartello e tentativi di cattura del regolatore pubblico. Da ciò discende l’indispensabilità di un’azione vigorosa di vigilanza, regolazione e controllo da parte dell’autorità statale.

Riscoprire Adam Smith oggi, alla luce delle complesse crisi finanziarie e delle disuguaglianze strutturali che attraversano le economie occidentali, significa rigettare il dogma dell’autosufficienza del mercato e riaffermare la centralità della finanza pubblica, del diritto amministrativo e delle istituzioni di garanzia come strumenti di governo dell’economia. Lo Stato non può e non deve abdicare al proprio ruolo di custode dell’interesse generale per sottomettersi ai diktat di un liberismo dogmatico e autoreferenziale. Solo attraverso il recupero di una solida architettura istituzionale è possibile coniugare efficienza produttiva, coesione sociale e stabilità democratica.

Riccardo Renzi

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