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Oltre il buio: la nuova retina artificiale a infrarossi che promette di curare la cecità (e alleggerire il welfare)

Scienziati sudcoreani hanno creato una retina artificiale con elettrodi in metallo liquido capace di curare la cecità trasformando la luce a infrarossi in segnali neurali. Una rivoluzione medica con forti ricadute economiche e sociali.

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In un’epoca in cui il dibattito pubblico sembra spesso impantanato tra bonus a pioggia e micro-tassazioni, l’innovazione tecnologica reale – quella che cambia i fondamentali dell’esistenza umana – continua a viaggiare sottotraccia, per poi emergere con scoperte che lasciano il segno. È il caso di una recente ricerca pubblicata su Nature Electronics, condotta dalla Yonsei University e dall’Institute for Basic Science (IBS) in Corea del Sud. Il team di scienziati ha sviluppato una nuova retina artificiale che non si limita a promettere la restituzione della vista ai non vedenti, ma apre letteralmente un nuovo “canale visivo” basato sugli infrarossi.

Ma perché questa scoperta è così speciale, e quali sono le sue reali ricadute, sia cliniche che macroeconomiche? Procediamo con ordine, lasciando da parte gli eccessi di entusiasmo tipici del transumanesimo da salotto e analizzando i fatti.

Come funziona (e perché è un salto di paradigma)

La degenerazione retinica è una delle cause principali di cecità a livello globale. In parole semplici, i fotorecettori – le cellule specializzate nel convertire la luce visibile in segnali elettrici per il cervello – smettono di funzionare. Finora, la medicina ha cercato di riparare o sostituire queste cellule, incontrando limiti fisici e biologici enormi.

L’approccio sudcoreano cambia le regole del gioco. Invece di accanirsi sui fotorecettori danneggiati, il nuovo dispositivo li “scavalca”, dialogando direttamente con le cellule gangliari della retina, che nella maggior parte dei pazienti rimangono intatte.

Ecco le innovazioni tecniche fondamentali che rendono questo dispositivo unico:

  • Rilevamento a infrarossi (NIR): Il dispositivo utilizza un array di fototransistor ultrasottili che captano la luce nel vicino infrarosso (NIR), invisibile all’occhio umano naturale. Questa luce viene convertita in impulsi elettrici.
  • Elettrodi in metallo liquido: Qui risiede il vero capolavoro ingegneristico. Invece di usare elettrodi rigidi in silicio o metallo solido (che finiscono per danneggiare i tessuti molli dell’occhio causando infiammazioni o cicatrici), i ricercatori hanno stampato dei micro-pilastri in metallo liquido (EGaIn, una lega di gallio e indio). Questo materiale è morbido, flessibile e ha un modulo di elasticità simile a quello dei tessuti oculari.
  • Filtro ottico selettivo: Un filtro spesso appena 360 nanometri blocca la luce visibile e fa passare solo i raggi infrarossi ai transistor, permettendo al dispositivo di funzionare senza accecare la vista residua del paziente.

Il risultato, per ora testato con successo sia ex vivo che su topi vivi (sani e resi ciechi), è straordinario: i soggetti hanno riacquistato la percezione dell’ambiente circostante. Non solo: nei topi sani, la visione naturale e quella a infrarossi indotta dal chip coesistono senza disturbarsi a vicenda.

Come funziona la retina artificiale

Cosa cambia: tra terapia e “superpoteri”

Quello che cambia radicalmente con questo impianto è il concetto stesso di protesi visiva. Le retine artificiali del passato tentavano di riprodurre una visione in bianco e nero, spesso confusa e a bassissima risoluzione, sfruttando la luce visibile.

Questo nuovo impianto, creando un “canale visivo NIR”, permette a un paziente affetto da retinite pigmentosa avanzata di percepire l’ambiente circostante utilizzando un’illuminazione a infrarossi (magari integrata in un paio di occhiali smart). In pratica, si restituisce l’indipendenza di movimento, permettendo al paziente di orientarsi anche al buio più totale. Si passa dalla semplice “riparazione” all’espansione sensoriale, anche perché lo spettro visivo, per ora, sarà leggermente diverso. Inoltre i colori saranno diversi da quelli che vcdiamo noi, perché saranno tonalità del vicino infrarosso. Paradossalmente con questi occhi si potrebbe vedere al buio.

Ovviamente, serve cautela. Siamo ancora alla fase dei test sui roditori e il passaggio alla sperimentazione umana richiederà anni di studi clinici sulla biocompatibilità a lungo termine. Tuttavia, la direzione è tracciata. La vista agli infrarossi non è più un monopolio dei visori militari, ma potrebbe presto diventare la chiave per far uscire dal buio milioni di persone, alleviando i patimenti di moltissimi essere umani.

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