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Nucleare, il grande paradosso italiano: paghiamo di più per rinunciare a una sovranità che non abbiamo comunque conquistato

L’Italia paga elettricità a peso d’oro e importa dalla Francia l’energia che rifiuta di produrre. Perché dire no al nucleare (Gen III+ e SMR) distrugge l’industria manifatturiera senza eliminare i rischi.

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L’Italia continua a discutere di energia come se il problema fondamentale fosse scegliere tra purezza ideologica e realismo industriale. In realtà, dopo la crisi ucraina e con le nuove tensioni in Medio Oriente, il punto è ormai un altro: un Paese manifatturiero che importa gran parte dell’energia che consuma non può permettersi il lusso di confondere la rimozione simbolica del rischio con la sua effettiva eliminazione.

È precisamente ciò che è avvenuto nel caso del nucleare.

Dopo il referendum del 1987, e poi con il definitivo consolidarsi dell’uscita italiana da questa tecnologia, il nostro Paese ha rinunciato alla produzione nucleare sul proprio territorio. Ma non ha affatto eliminato il rischio nucleare dal proprio orizzonte energetico. Lo ha soltanto esternalizzato. L’Italia, infatti, resta fisicamente inserita in un mercato elettrico europeo interconnesso e continua a importare quote rilevanti di elettricità dall’estero. Nel 2024 le importazioni lorde di energia elettrica sono state pari a 55,9 TWh, mentre il saldo netto con l’estero si è mantenuto su livelli elevati, confermando una dipendenza strutturale dal mercato continentale. La frontiera francese pesa in modo rilevante negli scambi e in diversi periodi rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento elettrico estero.

Ma il dato ancora più importante è un altro: una parte significativa dell’energia prodotta in Italia deriva da impianti alimentati con combustibili fossili importati, soprattutto gas naturale. Ciò significa che produrre elettricità sul territorio nazionale non coincide automaticamente con l’autonomia energetica.

Dunque il punto è semplice: se l’elettricità nucleare viene prodotta appena oltre confine e poi acquistata dall’Italia, il rischio sistemico non sparisce. Non si elimina la vulnerabilità strategica, né la dipendenza da decisioni prese altrove. Una centrale in Provenza o nel Rodano non è “lontana” dall’Italia in senso geopolitico; è parte dello stesso spazio energetico europeo integrato. L’idea che il problema venga risolto soltanto perché l’impianto non ricade formalmente entro i confini amministrativi italiani è sempre stata, più che una politica energetica, un’illusione psicologica.

Il secondo paradosso è economico. L’Italia non solo ha rinunciato a produrre energia nucleare, ma continua a sopportare uno dei livelli di prezzo dell’elettricità più alti d’Europa. Nel primo semestre 2025, secondo Eurostat, per i clienti domestici il prezzo italiano è stato pari a 0,3291 euro/kWh, tra i più elevati dell’Unione; per i clienti non domestici di fascia media il prezzo italiano è stato 0,2336 euro/kWh, il secondo più alto nell’UE dopo l’Irlanda, contro una media europea di 0,1902 euro/kWh. Il punto, dunque, non è sostenere schematicamente che l’Italia paghi sempre il 30% in più dell’energia francese, formula troppo rigida per essere tecnicamente corretta in ogni fase di mercato. Il punto reale è che il nostro Paese resta stabilmente collocato nel gruppo dei sistemi elettrici più costosi d’Europa.

Questo differenziale pesa sulle famiglie, ma soprattutto sul sistema produttivo. Per un’economia manifatturiera ad alta intensità energetica, avere costi strutturalmente superiori significa comprimere margini, ridurre competitività, rallentare investimenti e rendere più fragile l’intera filiera industriale nazionale.

Qui emerge la contraddizione italiana nella sua forma più netta. Abbiamo rinunciato alla generazione nucleare interna senza costruire un’alternativa pienamente autonoma e competitiva. Il risultato è che dipendiamo dall’estero sia in forma diretta, tramite importazione di elettricità, sia in forma indiretta, attraverso il massiccio ricorso a fonti fossili importate, in particolare gas. Secondo Eurostat, il tasso di dipendenza energetica complessiva dell’Italia nel 2024 si è collocato intorno al 74%, un livello che evidenzia con chiarezza la fragilità strutturale del Paese.

A questo punto la questione non è più se il nucleare piaccia o meno in astratto. La vera domanda è se un grande paese industriale possa continuare a basare la propria sicurezza energetica su quattro fragilità simultanee: importazione di gas, importazione di elettricità, volatilità geopolitica e prezzi interni strutturalmente elevati.

La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto possa essere costosa una dipendenza eccessiva dalle fonti esterne. Le ricorrenti tensioni in Medio Oriente ricordano che il rischio non riguarda soltanto il gas, ma l’intero equilibrio energetico europeo. Pensare che l’Italia possa sottrarsi a questo scenario rinunciando per principio a una tecnologia oggi adottata, rilanciata o comunque mantenuta da molte economie avanzate significa non comprendere la nuova gerarchia delle priorità: sicurezza, disponibilità, continuità e costo competitivo dell’energia.

Naturalmente il nucleare del 2026 non è quello immaginato nel 1987. Le tecnologie oggi al centro del dibattito si dividono in tre famiglie.

La prima è quella dei reattori di grande taglia di terza generazione avanzata, o Gen III/III+, cioè gli impianti oggi più maturi dal punto di vista industriale. Qui rientrano, per esempio, l’EPR francese da circa 1.600-1.650 MWe, l’AP1000 statunitense da circa 1.110 MWe e l’APR1400 coreano da circa 1.400-1.450 MWe. Questi impianti incorporano standard di sicurezza incomparabilmente superiori rispetto alle tecnologie storiche, con sistemi ridondanti e, in molti casi, meccanismi di sicurezza passiva capaci di intervenire sfruttando leggi fisiche naturali come gravità, pressione e convezione, riducendo la dipendenza dall’intervento umano o da sistemi attivi complessi.

La seconda famiglia è quella degli SMR, Small Modular Reactors. Si tratta di impianti di taglia ridotta o media, costruibili in moduli standardizzati, con minori costi iniziali per unità e maggiore flessibilità installativa. Qui troviamo design come il BWRX-300 da 300 MWe, l’AP300 da circa 300 MWe, il NuScale con moduli da 77 MWe e configurazioni multi-modulo, oltre al Rolls-Royce SMR da 470 MWe.

Il loro interesse strategico è evidente: investimento iniziale più contenuto, tempi teoricamente più rapidi di costruzione, maggiore replicabilità industriale, migliore adattabilità a reti nazionali complesse e possibilità di installazione presso grandi poli produttivi energivori. Inoltre, molti di questi progetti adottano caratteristiche di sicurezza intrinseca e passiva significativamente avanzate rispetto al passato.

La terza famiglia è quella dei reattori di quarta generazione, ancora più innovativi, che includono filiere come i reattori veloci raffreddati a sodio, a piombo, a gas, a sali fusi o ad acqua supercritica. Si tratta della frontiera più avanzata della ricerca internazionale: l’obiettivo è migliorare ulteriormente sicurezza, efficienza e gestione del combustibile. Tuttavia, per una strategia italiana nel medio termine, il terreno realisticamente praticabile resta oggi quello dei Gen III+ e degli SMR.

Chi sostiene che oggi esistano mini-centrali totalmente prive di rischio usa una formula impropria. Nessuna tecnologia industriale è a rischio zero. Il punto serio è che il rischio residuo può essere drasticamente ridotto e reso governabile entro standard regolatori elevatissimi, grazie ai progressi compiuti negli ultimi quarant’anni. Questo è il vero dato tecnico, non la propaganda.

Ed è qui che l’Italia incontra il suo problema tipico: il veto permanente. Dal Trans Adriatic Pipeline TAP alla Torino-Lione TAV Torino-Lione, fino a grandi infrastrutture energetiche e logistiche, il Paese ha spesso mostrato una capacità quasi patologica di bloccare opere strategiche in nome di una cultura del “no” che raramente offre alternative credibili. Il nodo non è liquidare ogni opposizione come pretestuosa; alcune obiezioni sono legittime e meritano risposte tecniche.

Il nodo è un altro: se ogni infrastruttura viene respinta in via preventiva, il risultato non è la transizione ideale, ma la dipendenza strutturale. E la dipendenza, in economia politica, ha sempre un costo: più caro in bolletta, più debole in politica estera, più pesante in competitività industriale.

Per questo il ritorno del nucleare non dovrebbe essere affrontato come una guerra culturale, ma come un capitolo di politica industriale nazionale. Il tema, del resto, è ormai entrato pienamente nell’agenda istituzionale italiana, con studi ufficiali, tavoli tecnici e iniziative legislative dedicate al cosiddetto nucleare sostenibile.

La scelta razionale, allora, non è proclamare domani mattina una scorciatoia impossibile. È aprire subito un percorso nazionale in quattro mosse.

Primo: definire una strategia energetica esplicita in cui il nucleare non sostituisca le rinnovabili, ma le completi. Un sistema elettrico moderno non si regge su una sola fonte: ha bisogno di base-load affidabile, capacità flessibile, accumuli, rete e generazione decarbonizzata continua.

Secondo: selezionare la tecnologia giusta senza farsi sedurre da slogan. Per l’Italia la via più realistica sembra essere una combinazione di studio su Gen III+ e sperimentazione progressiva di SMR, tenendo conto della struttura della rete, dei poli industriali, dei siti disponibili e della filiera nazionale.

Terzo: costruire un’architettura regolatoria e amministrativa capace di decidere. Nessun investimento di questa portata è compatibile con iter infiniti, conflitti di competenza, ricorsi seriali e incertezza normativa.

Quarto: dire la verità ai cittadini. Il nucleare non è gratis, non è immediato, non è magico. Ma neppure l’attuale assetto italiano è gratuito, sicuro o sovrano. La rinuncia di ieri ha prodotto una dipendenza costosa, non una tranquillità energetica.

Il punto finale è tutto qui. L’Italia, in nome della paura del nucleare, ha scelto di non produrlo. Ma ha continuato a consumarlo indirettamente, a subirne il contesto strategico e a pagare elettricità cara in un mercato dove altri beneficiano anche di quella fonte. È il peggior equilibrio possibile: niente sovranità, niente vantaggio di costo, nessuna eliminazione reale del rischio.

Per questo il tema va riaperto adesso, senza tabù e senza infantilismi. Non per nostalgia tecnologica, ma per lucidità geopolitica. Non per imitazione ideologica della Francia, ma per interesse nazionale. Non contro le rinnovabili, ma per dare al sistema italiano quella robustezza che oggi non ha.

Per un grande paese industriale, la vera irresponsabilità non è discutere il ritorno del nucleare. È continuare a non farlo seriamente.

Antonio Maria Rinaldi

 

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