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Normative e flotte aziendali: come adeguarsi col noleggio lungo

Tra la nuova tassazione dei fringe benefit, la maggiorazione per le auto più datate introdotta nel 2026 e le limitazioni ambientali, la gestione delle flotte di proprietà diventa sempre più onerosa. Ecco perché il ricambio periodico è diventato una scelta strategica

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Uomo alla guida
Uomo alla guida (© Depositphotos)

Per molte imprese italiane il 2026 è l’anno in cui la gestione della flotta aziendale è passata da questione operativa a tema strategico. Le recenti evoluzioni normative su emissioni e tassazione dei fringe benefit hanno modificato in profondità il costo effettivo dei veicoli assegnati ai dipendenti, e le aziende che continuano a mantenere in flotta auto datate rischiano di pagarne il prezzo, sia in termini fiscali sia di attrattività per i propri collaboratori.

Il nuovo fringe benefit: conta l’alimentazione

Il primo cambiamento è arrivato con la Legge di Bilancio 2025, che ha riscritto il calcolo del fringe benefit per le auto aziendali concesse in uso promiscuo ai dipendenti. Il valore imponibile si ottiene sempre partendo dal costo chilometrico ACI per una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri, ma la percentuale da applicare dipende ora dal tipo di alimentazione: 10% per le auto esclusivamente elettriche, 20% per le ibride plug-in e 50% per tutte le altre motorizzazioni, comprese benzina, diesel e ibride non ricaricabili. Per i veicoli ordinati entro il 31 dicembre 2024 resta in vigore un regime di salvaguardia basato sulle precedenti fasce di emissioni di CO2.

La differenza è sostanziale: a parità di costo chilometrico, un’auto termica genera un benefit imponibile cinque volte superiore rispetto a un’elettrica, con un impatto diretto sulla busta paga del dipendente e sui contributi a carico dell’azienda.

Dal 2026 le auto più vecchie costano di più

Il secondo intervento è più recente e colpisce direttamente i mezzi più datati. Il Decreto Legislativo 7 agosto 2026, n. 148, il cosiddetto correttivo Omnibus, ha introdotto due novità che si applicano dal periodo d’imposta 2026. La prima è una maggiorazione del 50% del fringe benefit per i veicoli che hanno superato il 31 dicembre del quinto anno dalla prima immatricolazione. La seconda è una maggiorazione forfetaria del 5% quando l’auto è dotata di accessori o allestimenti non compresi nelle tabelle ACI e non pagati dal dipendente.

Due elementi rendono questa norma particolarmente rilevante per le aziende. Il conteggio dei cinque anni parte dalla data di prima immatricolazione, non da quella di assegnazione, quindi riassegnare un’auto usata a un nuovo collaboratore non azzera l’anzianità del veicolo. Inoltre, la maggiorazione scatta anche per le auto rientranti nel regime di salvaguardia, una volta superata la soglia. In uno degli esempi pubblicati dalla stampa specializzata, un’auto diesel immatricolata nel 2020 vede il proprio fringe benefit aumentare di circa il 55% tra il 2025 e il 2026, con un maggior onere per il solo dipendente superiore ai mille euro l’anno.

Emissioni e limitazioni alla circolazione

Alla leva fiscale si sommano le politiche ambientali. Le zone a basse emissioni delle principali città italiane prevedono limitazioni progressive alla circolazione dei veicoli più inquinanti, e il quadro europeo spinge costruttori e flotte verso una crescente elettrificazione. Per un’azienda che opera nei centri urbani, un parco auto obsoleto può tradursi non solo in costi più elevati, ma anche in vincoli operativi concreti per i propri collaboratori.

Perché il ricambio periodico è la risposta

In questo scenario, la gestione dei veicoli di proprietà diventa sempre più onerosa: l’azienda deve monitorare età e caratteristiche di ogni mezzo, sostenere la svalutazione, gestire la rivendita e, nel frattempo, sopportare un carico fiscale crescente sui veicoli più vecchi. Pianificare un ricambio periodico dei mezzi permette invece di garantire la massima conformità alle leggi vigenti e di ottimizzare l’impatto fiscale sui costi aziendali.

Il noleggio a lungo termine si presta in modo naturale a questa logica. Con contratti di durata compresa generalmente tra i tre e i cinque anni, la flotta si rinnova in modo programmato, mantenendo i veicoli entro la soglia di anzianità che fa scattare la maggiorazione e consentendo di introdurre gradualmente auto elettriche e plug-in, che beneficiano delle percentuali di fringe benefit più favorevoli. Il rischio sul valore residuo resta in capo alla società di noleggio, e manutenzione, assicurazione e gestione dei sinistri sono incluse nel canone.

Le verifiche da fare subito

Per chi gestisce una flotta, anche di poche unità, il primo passo è una mappatura completa dei veicoli: data di prima immatricolazione, alimentazione, eventuale regime di salvaguardia e presenza di accessori non tabellati. Su questa base è possibile calcolare l’impatto delle nuove regole e definire un piano di rinnovo, valutando con il proprio consulente fiscale anche gli aspetti di deducibilità dei costi e di detraibilità dell’IVA, che seguono regole specifiche per i veicoli aziendali.

Le norme continueranno a evolversi, ma la direzione è chiara: premiare i veicoli più recenti e meno inquinanti e penalizzare quelli datati. Per accedere a promozioni su misura e mantenere la flotta sempre aggiornata, è consigliabile rinnovare la flotta aziendale scegliendo la soluzione del noleggio a lungo termine, affidandosi a un operatore in grado di accompagnare l’azienda nella pianificazione dei rinnovi.

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