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Midterm 2026, disfatta per Trump: perde Camera e Senato. Il conto salato della guerra in Iran e dell’inflazione paralizza la Casa Bianca

Crollo repubblicano nelle elezioni di metà mandato: i Democratici conquistano sia la Camera che il Senato strappando anche il Texas. Pesano l’inflazione e il caro benzina innescati dalla guerra in Iran. Ora la Casa Bianca rischia la paralisi e l’impeachment per i fedelissimi del Presidente.

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Donald Trump ha perso la sua scommessa più grande, consegnando l’intero Congresso nelle mani dei Democratici. Se la sconfitta alla Camera dei Rappresentanti era ampiamente messa in conto dai sondaggi della vigilia, il vero terremoto politico è il crollo al Senato, un colpo durissimo che trasforma gli ultimi due anni del suo mandato in una corsa a ostacoli.

Siamo di fronte alla conferma di una regola quasi ferrea della politica americana. Da oltre un secolo, chi governa alla Casa Bianca paga pegno a metà mandato: negli ultimi 100 anni, il partito d’opposizione ha guadagnato seggi alla Camera in 22 su 25, e in 19 su 25 al senato.

Gli elettori americani usano tradizionalmente il voto di metà termine per bilanciare il potere esecutivo o punire promesse non mantenute.

Il dato che brucia davvero a Mar-a-Lago è la geografia del voto. I Repubblicani non hanno perso solo nei distretti in bilico, ma sono crollati nella loro roccaforte storica per eccellenza: il Texas.

La vittoria del democratico James Talarico contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton riporta un senatore blu in Texas per la prima volta dal 1988. Una scelta di candidature troppo polarizzanti alle primarie ha alienato l’elettorato moderato, regalando agli avversari uno Stato chiave.

Ancora più emblematico è il caso del Michigan, dove si impone Abdul El-Sayed. Esponente dell’ala più radicale e progressista del Partito Democratico, figura divisiva e fortemente critica verso l’establishment finanziario e la politica estera tradizionale, El-Sayed ha capitalizzato il malcontento industriale e giovanile.

Ma cosa ha spinto la classe media a voltare le spalle a un presidente che aveva promesso l’età dell’oro economica e in parte l’aveva mantenuta? La risposta sta tutta nel carrello della spesa e alla pompa di benzina.

Lo stesso Trump, a urne chiuse, ha dovuto ammettere a denti stretti che il conflitto irrisolto con l’Iran ha pesato come un macigno sull’esito elettorale. Una guerra che avrebbe dovuto essere rapida si è trasformata in un pantano da oltre 47 miliardi di dollari di costi diretti per il bilancio federale, svuotando gli arsenali americani.

Per l’economia reale, lo scontro mediorientale si è tradotto in uno shock dal lato dell’offerta energetica. Il caro carburanti ha riacceso la spinta inflazionistica proprio mentre i dazi doganali alzavano il prezzo dei beni importati.

Gli investimenti promessi nel settore della difesa creeranno posti di lavoro solo tra anni, mentre l’inflazione morde i salari reali oggi. Quando il potere d’acquisto delle famiglie scende e i tassi di interesse restano alti per frenare i prezzi, nessuna retorica elettorale riesce a salvare la maggioranza di governo.

Davanti a un Congresso ostile, Trump ha già annunciato la sua linea di difesa: diventerà “Mr. Veto”, bloccando sistematicamente ogni legge proposta dalla nuova maggioranza democratica. Una strategia che preannuncia due anni di paralisi legislativa, scontri sul tetto del debito e incertezza per i mercati finanziari.

Il vero pericolo per l’amministrazione non è però solo lo stallo sulle leggi di bilancio, dove prima o poi un compromesso sulla spesa pubblica sarà inevitabile. Con il controllo delle commissioni parlamentari di indagine, i Democratici hanno ora il potere di aprire procedure di impeachment mirate.

Nel mirino non c’è solo il Presidente, ma soprattutto le figure chiave del suo gabinetto più esposte nella gestione dei dossier caldi. Il primo indiziato è il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, chiamato a rispondere della gestione strategica e dei costi fuori controllo della campagna iraniana.

Si apre così una fase di guerriglia istituzionale permanente che accompagnerà gli Stati Uniti dritti verso la campagna per le presidenziali del 2028. Con una Casa Bianca sotto assedio e un’economia frenata dal caro energia, per Washington i prossimi ventiquattro mesi saranno tutto fuorché noiosi.

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