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Meta sotto accusa: il business miliardario degli annunci truffa

La contea di Santa Clara fa causa a Meta: l’azienda di Mark Zuckerberg avrebbe guadagnato 7 miliardi di dollari all’anno permettendo la diffusione di annunci truffa su Facebook e Instagram, ignorando le falle nel sistema per non perdere i profitti.

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La contea di Santa Clara, proprio nel cuore dell’industria tecnologica californiana, ha deciso di portare in tribunale Meta. L’accusa è diretta: aver trasformato le truffe online in una voce di bilancio altamente redditizia. Un colpo diretto al re dei social media che mette sotto accusa la sua capacità di controllare la qualità delle inserzioni.

Il problema è serio: mentre gli utenti di Facebook e Instagram si difendono ogni giorno da annunci ingannevoli, sembra che l’azienda non abbia avuto la stessa fretta di ripulire le proprie piattaforme. Secondo la denuncia, basata su documenti interni trapelati e riportati dalla Reuters, Meta incasserebbe circa 7 miliardi di dollari all’anno grazie alle cosiddette “entrate in violazione”. In pratica, i soldi generati dalle frodi.

I numeri presentati dall’accusa delineano un quadro molto serio:

  • 15 miliardi di annunci fraudolenti tracciati dai sistemi interni.
  • 2,5 miliardi di dollari di danni subiti dai soli cittadini californiani nel 2024.
  • Un terzo di tutte le truffe internet americane sarebbe ospitato sulle piattaforme del gruppo.

Il dettaglio più grave è il modo in cui l’algoritmo gestirebbe questi inserzionisti. Invece di bloccare subito gli annunci segnalati dai suoi stessi sistemi, Meta si limiterebbe a far pagare ai truffatori un prezzo più alto per pubblicarli. Una sorta di “tassa” che arricchisce l’azienda, mentre l’intelligenza artificiale viene usata per creare migliaia di varianti degli annunci e colpire di nuovo gli utenti più fragili, come anziani e famiglie, che in passato avevano già cliccato su link sospetti. Con questo comportamento la società viene ad essere accusata di comportarsi come un complice dei truffatori.

L’accusa sostiene inoltre che l’azienda abbia inserito dei veri e propri freni automatici ai sistemi anti-frode. Se la lotta alle truffe rischiava di far calare troppo le entrate pubblicitarie complessive, i controlli venivano allentati per tutelare i profitti.

Meta ha respinto duramente le accuse. Un portavoce ha affermato che l’azienda combatte le truffe in modo severo, ricordando di aver rimosso oltre 159 milioni di annunci sospetti solo nell’ultimo anno. Secondo l’azienda, la contea sta distorcendo la realtà dei fatti e il reale funzionamento dei loro sistemi di sicurezza.

La novità di questa causa, tuttavia, sta nella strategia legale. Storicamente, i giganti del web si sono sempre difesi grazie alla Sezione 230, una legge che li esonera dalle responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Questa volta i procuratori non attaccano il singolo contenuto falso, ma il design stesso delle app e i loro algoritmi. Se i giudici dovessero dare ragione a Santa Clara, stabilendo che i sistemi sono progettati per favorire l’inganno a scopo di lucro, le piattaforme social potrebbero essere costrette a cambiare radicalmente il modo in cui fanno affari.

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