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Mercedes sotto tiro a Washington: il ban USA che spaventa Stoccarda
Il Senato USA propone una legge contro le auto con oltre il 15% di capitale cinese. Mercedes rischia il blocco delle vendite americane a causa del 20% in mano a BAIC e Geely.

Un disegno di legge del Senato americano rischia di travolgere il gigante tedesco a causa delle sue quote cinesi. In gioco ci sono migliaia di posti di lavoro, la filiera delle batterie ed equilibri industriali globali.
L’industria automobilistica europea si trova di fronte a un vero e proprio incubo geopolitico. Un provvedimento in discussione al Senato degli Stati Uniti rischia di cancellare d’un colpo la presenza di Mercedes-Benz sul più ricco mercato occidentale.
Il Connected Vehicle Security Act punta a bloccare la vendita di qualsiasi veicolo connesso se l’azienda produttrice è controllata per oltre il 15% da entità cinesi. Una soglia studiata per colpire Pechino, ma che finisce per travolgere direttamente il colosso di Stoccarda.
La struttura societaria del marchio tedesco parla chiaro. I due maggiori azionisti di Mercedes provengono infatti proprio dalla Repubblica Popolare:
Beijing Automotive Group (BAIC): detiene una quota vicina al 10%.
Li Shufu (fondatore di Geely): controlla circa il 9,7% tramite il veicolo Tenaciou3 Prospect.
Sommando i due pacchetti azionari, il capitale cinese in Mercedes tocca il 19,7%. Una cifra ben superiore al limite del 15% fissato dai legislatori americani per motivi di sicurezza nazionale.
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| Azionista di origine cinese | Quota detenuta |
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| Beijing Automotive Group (BAIC) | ~ 10,0% |
| Li Shufu (Geely / Tenaciou3) | ~ 9,7% |
| Totale presenza cinese in Mercedes | ~ 19,7% (Soglia: 15%) |
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Per Washington la questione è strategica. Le moderne vetture sono computer su ruote sempre collegati alla rete. Secondo i promotori della legge, lasciarli in mano a società legate ad avversari geopolitici espone gli Stati Uniti a rischi di spionaggio, tracciamento dei cittadini e attacchi informatici alle infrastrutture critiche.
La stretta non riguarda solo le auto finite, ma colpisce duro anche la filiera delle componenti. La legge mira infatti a vietare l’importazione dei sistemi di batterie prodotti da CATL, il più grande produttore mondiale del settore.
Il punto critico riguarda l’elettronica di bordo della batteria (Battery Management System). I tecnici americani temono che un accesso remoto non autorizzato possa alterare i parametri di carica, provocando il surriscaldamento delle celle e trasformando i pacchi batterie in veri e propri pericoli per l’incolumità pubblica.
Dal canto suo, Mercedes sta muovendo tutti i suoi canali diplomatici per evitare l’impatto. La casa tedesca ricorda di essere un pilastro dell’economia americana, con ben 160.000 posti di lavoro garantiti sul territorio tra impianti produttivi, indotto e rete di vendita.
I vertici della società precisano inoltre che nessun singolo socio cinese supera il 10% e che i due grandi azionisti non hanno un controllo operativo diretto né seggi nel consiglio di sorveglianza. Argomentazioni che per ora non sembrano bastare a placare il clima protezionistico che domina la politica d’oltreoceano e che, francamente, non vogliono dire nulla. Permetterebbe di aggirare la legge semplicemente frazionando le quote azionarie.
Il rischio economico è enorme. Se il provvedimento dovesse passare senza eccezioni, la Mercedes rimarrebbe completamente stritolata e dovrebbe cercare dei nuovi investitori in un momento non semplice, ma anche le altre case europee dovrebbero creare una propria catena di fornitura di componentistica elettrica staccandosi completamente da CATL e da Pechino, quando il colosso cinese sta realizzando una mega- fabbrica in Spagna.







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