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Mercato del lavoro Usa: stipendi battuti dall’inflazione, lo Stato licenzia e i settori chiave arretrano
I dati sull’occupazione Usa mostrano una crepa profonda: l’aumento dei posti frena al minimo, finanza e tech licenziano e l’inflazione al 3,4% divora i salari reali degli americani.

C’è qualcosa che stona clamorosamente nei festeggiamenti di facciata oltreoceano. A una prima lettura superficiale dei bollettini federali di settembre, l’occupazione negli Stati Uniti tocca l’ennesimo record nominale. Dietro le statistiche patinate, tuttavia, si nasconde una realtà ben più amara: la creazione di nuovi posti è ormai ridotta a un filo d’acqua, i comparti più qualificati tagliano il personale e i salari reali scivolano all’indietro per il sesto mese consecutivo.
La busta paga media non regge più la corsa dei prezzi al consumo. Con un’inflazione che viaggia ostinatamente al 3,4% e stipendi cresciuti soltanto del 3,0% su base annua, per milioni di famiglie americane la perdita di potere d’acquisto è una certezza quotidiana. Questa erosione silenziosa colpisce al cuore il pilastro su cui poggia l’intera impalcatura economica statunitense: la spesa dei consumatori, responsabile di circa il 70% del prodotto interno lordo.
Il dato netto di settembre segnala un incremento di appena 29.000 nuovi occupati nei settori non agricoli. Per una superpotenza da oltre 159 milioni di lavoratori, si tratta di una cifra vicina allo zero statistico. Come se non bastasse, le consuete revisioni a posteriori hanno cancellato con un tratto di penna 60.000 impieghi che erano stati annunciati con squilli di tromba nei due mesi precedenti: agosto è stato decurtato di 29.000 posti e luglio di altri 31.000. Ecco un grafico con i dati :
A impedire il segno meno complessivo è rimasta solo la tenuta del settore privato, come nota anche Wolfstreet, che ha aggiunto 46.000 lavoratori. Dall’altro lato della barricata, la pubblica amministrazione ha espulso 17.000 dipendenti in appena trenta giorni, registrando uscite concentrate soprattutto nei governi locali e statali.
La cura dimagrante imposta al settore pubblico non è casuale. Da gennaio 2025 l’amministrazione Trump ha avviato una decisa riorganizzazione degli uffici federali, tagliando qualcosa come 328.000 burocrati. Nello stesso periodo, gli Stati federati hanno soppresso altri 53.000 impieghi, complice la crisi del sistema universitario pubblico, svuotato dal crollo delle immatricolazioni degli studenti stranieri che garantivano rette milionarie. Snellire gli apparati può piacere ai contribuenti, ma sul piano della domanda aggregata significa sottrarre all’istante centinaia di migliaia di stipendi sicuri dal commercio e dai servizi locali.
Scavando nei numeri del settore privato, emerge una spaccatura netta tra l’economia dei beni primari e quella dei servizi avanzati. La finanza, l’immobiliare e il polo tecnologico registrano una battuta d’arresto senza precedenti, mentre le assunzioni resistono quasi solo dove i servizi non possono essere rimandati.
Ecco la sintesi delle variazioni per comparto registrate a settembre:
| Settore d’attività | Variazione mensile | Situazione di mercato |
| Sanità e assistenza | +23.000 | Domanda spinta dall’invecchiamento demografico |
| Costruzioni | +11.000 | Cantieri aperti, ma frenati dal costo del credito |
| Ristorazione e tempo libero | +10.000 | Stagionalità e rotazione continua di personale |
| Manifattura industriale | +9.000 | Lenta ripresa della produzione interna |
| Trasporti e magazzini | +8.000 | Logistica legata alle vendite commerciali |
| Commercio (dettaglio e ingrosso) | +11.000 | Tenuta minima dei consumi di base |
| Attività finanziarie e immobiliari | -7.000 | Crisi dei mutui e compravendite al palo |
| Servizi professionali e aziendali | -9.000 | Tagli a consulenze e spese societarie |
| Informazione e tecnologia | -10.000 | Ristrutturazioni e licenziamenti nel tech |
| Pubblica amministrazione totale | -17.000 | Tagli federali e bilanci locali in affanno |
Il quadro settoriale parla chiaro. L’occupazione aumenta nella sanità e nei cantieri, dove servono braccia e infermieri, ma collassa nei settori a più alta redditività. Chi lavorava nelle banche o nei grandi studi di consulenza si ritrova con meno offerte, mentre il mercato immobiliare, congelato da tassi sui mutui che superano il 7%, continua a bruciare posti nelle agenzie e negli istituti di credito.
A rendere fosco lo scenario è la dinamica retributiva. Il compenso orario medio è salito dello 0,13% a settembre, attestandosi a 37,81 dollari l’ora. Un incremento del 3,0% annuo che, parametrato a un’inflazione al 3,4%, certifica una perdita secca di salario reale. I lavoratori americani non perdevano potere d’acquisto da oltre tre anni, ma da aprile la tendenza si è invertita in modo preoccupante. Senza buste paga capaci di assorbire i rincari, il ricorso al debito per comprare beni essenziali diventa una scelta obbligata. Questo rende l’inflazione un tema prioritario della poltica di Trump.
Come si concilia questa debolezza con un tasso di disoccupazione fermo al 4,18%, storicamente molto basso? Il trucco non sta nella vitalità economica, ma nella demografia e nelle frontiere.
Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, la forza lavoro americana ha perso oltre due milioni di persone. Da un lato agisce l’uscita massiccia dei “baby boomer” che raggiungono l’età pensionabile e abbandonano definitivamente il mercato. Dall’altro, la linea dura contro l’immigrazione clandestina ha chiuso i canali d’ingresso irregolari, prosciugando la riserva di manodopera a basso costo.
La risalita di settembre (+485.000 persone rientrate a cercare impiego) rappresenta solo un parziale rimbalzo dopo mesi di contrazione. Meno persone disponibili a lavorare significa un tasso di disoccupazione che resta basso non perché le aziende assumano a piene mani, ma perché manca l’offerta. Non a caso, il tasso di partecipazione nella fascia 25-54 anni ha toccato l’83,7%, un record ventennale: chi è in età da lavoro è già spremuto al massimo.
La Federal Reserve si trova incastrata: tagliare i tassi per sostenere le imprese rischierebbe di alimentare l’inflazione, ma mantenerli alti soffoca i consumi delle famiglie indebitate. La locomotiva americana continua a muoversi sui binari, ma i motori stanno visibilmente perdendo colpi. La Borsa ieri è rimbalzata proprio sulla minore probabilità di incremento dei tassi.









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