Politica
Meloni al New York Times: «Voglio restituire all’Italia l’orgoglio». E su Trump rivendica autonomia

Non è soltanto un’intervista. È il riconoscimento, da parte di uno dei quotidiani più autorevoli e certamente non più vicini alla destra conservatrice, della centralità conquistata da Giorgia Meloni sulla scena internazionale. A due settimane dal traguardo che renderà il suo governo il più longevo della storia repubblicana, il New York Times dedica alla presidente del Consiglio un ampio ritratto firmato da Roger Cohen: un racconto politico e personale nel quale emerge soprattutto l’ambizione di restituire all’Italia peso, rispetto e fiducia nei propri mezzi.
«Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, di un’Italia che si considera inferiore agli altri», afferma Meloni, sintetizzando l’obiettivo che ha accompagnato la sua azione a Palazzo Chigi. La premier parla della «più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione»: una vera e propria «rivoluzione dell’orgoglio».
È probabilmente questo il passaggio più politico dell’intervista. Meloni rivendica il tentativo di superare quella tradizionale postura italiana fatta di complessi d’inferiorità, eccessiva prudenza e ricerca continua dell’approvazione esterna. L’ottava economia mondiale, sostiene, non può continuare a comportarsi come un Paese destinato a seguire passivamente le decisioni prese altrove.
Il New York Times ricostruisce anche la sua storia personale e politica: l’ingresso giovanissima nella destra, la lunga militanza e una scalata che appariva quasi impossibile. «Penso che ciò che mi ha portato fin qui sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia», racconta Meloni. E aggiunge: «Non mi piace che siano gli altri a dirmi quali sono i miei limiti. Un “no” è una delle cose che mi motiva di più».
Dietro la determinazione politica affiora anche un elemento personale. «Sono cresciuta con l’idea di non valere nulla. La mia reazione è stata quella di impegnarmi con tutta me stessa per dimostrare il contrario», spiega. Una spinta che aiuta a comprendere la tenacia con cui ha costruito prima Fratelli d’Italia e poi la propria leadership nazionale e internazionale.
Non manca un passaggio ironico. Di fronte all’osservazione dell’intervistatore sulla sua espressività, Meloni scherza: «Avrei dovuto fare teatro. Immaginate quanto mi sarei divertita di più. Non so come sia finita qui, ma è successo».
La distanza da Trump: «L’Italia e io non supplichiamo mai»
Il punto destinato a suscitare maggiore attenzione riguarda Donald Trump. Meloni non nasconde che il rapporto con il presidente americano si sia rivelato più complesso del previsto: «È evidente che pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate diversamente».
I due leader, rivela, non si parlano da diverse settimane. Alla domanda se torneranno a sentirsi dopo la pausa estiva, la premier risponde prudentemente: «Vedremo». Ma il passaggio non rappresenta un ripensamento sulla collocazione internazionale dell’Italia. Al contrario, serve a ribadire la distinzione tra rapporti personali e interessi nazionali.
«Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante. Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali», precisa Meloni. È la conferma di una linea atlantista che non coincide con l’allineamento automatico a ogni scelta della Casa Bianca.
Significativa anche la frase pronunciata dopo che Trump aveva sostenuto che la premier lo avesse “supplicato” per ottenere una fotografia insieme durante il G7 in Francia: «L’Italia e io non supplichiamo mai». Una risposta che si lega direttamente alla “rivoluzione dell’orgoglio” evocata nell’intervista: alleanze solide, ma senza subordinazione.
Identità, femminismo e cultura woke
Meloni torna anche sul rapporto con il femminismo e con le battaglie identitarie della sinistra. La premier sostiene che una parte del movimento femminista abbia combattuto «le battaglie sbagliate», concentrandosi, per esempio, sulle quote e sulle formule linguistiche.
Difende così la scelta di farsi chiamare “il presidente”: «Quello che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri. Questa è uguaglianza, non essere chiamata “la presidenta”».
Il quotidiano americano rievoca poi il celebre discorso «Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana». Secondo Meloni, quelle parole hanno avuto un’enorme risonanza perché hanno intercettato il timore, condiviso da milioni di persone, di vedersi privati della propria identità più profonda. Quello slogan, spiega, ha dato voce a una «ribellione emotiva» contro chi pretende di stabilire dall’alto quali identità possano essere rivendicate e quali, invece, debbano essere cancellate.
La difesa dei risultati del governo
Nell’intervista trova spazio anche il bilancio dell’esecutivo. Di fronte alle critiche dell’opposizione, Meloni richiama occupazione, inflazione, riduzione degli arrivi irregolari, spesa sanitaria e andamento dello spread. «Ditemi se non sono migliori!», incalza, prima di aggiungere sarcasticamente: «Ma è possibile che io non abbia fatto niente?».
Il New York Times riporta anche le contestazioni della segretaria del Pd Elly Schlein sulla crescita contenuta, i salari reali, il costo dell’energia e le difficoltà della sanità. Ma il dato politico che emerge dal profilo è un altro: Meloni arriva alla conclusione della legislatura con una leadership ancora salda, una maggioranza rimasta unita e una credibilità internazionale assai più ampia di quella che le veniva riconosciuta all’inizio del mandato.
Nel 2022 una parte della stampa internazionale descriveva il suo arrivo a Palazzo Chigi come un’incognita per l’Italia e per l’Europa. Quattro anni dopo, è lo stesso New York Times a confrontarsi con una leader che ha smentito molte di quelle previsioni, diventando un interlocutore inevitabile nei principali dossier occidentali.
Il rapporto con Trump può attraversare una fase difficile, ma proprio la capacità di prendere le distanze dall’alleato americano quando ritiene che siano in gioco la dignità e gli interessi dell’Italia dimostra che Meloni non vuole essere la semplice rappresentante europea del trumpismo. La sua scommessa è più ambiziosa: costruire una destra conservatrice italiana ed europea, atlantista ma autonoma, capace di governare e di riportare Roma al centro degli equilibri internazionali.
Ed è forse questo il principale risultato politico certificato dall’intervista: Giorgia Meloni non viene più osservata soltanto come un fenomeno italiano, ma come una delle figure attraverso le quali passa il futuro dell’Occidente.









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