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L’onda d’urto dell’energia: inflazione USA al 6% e tassi a trent’anni oltre il 5%
L’inflazione americana schizza al 6% e i rendimenti dei Titoli di Stato a 30 anni superano il 5% per la prima volta dal 2007. Il blocco di Hormuz fa esplodere i costi di trasporto e diesel: lo shock energetico che spaventa i mercati.

Notizie non positive d’Oltreoceano rischiano di rovinare tutti i piani di Trump. L’inflazione alla produzione negli Stati Uniti è tornata a colpire con estrema violenza l’economia reale. Ad aprile, l’indice dei prezzi alla produzione (PPI) ha registrato un allarmante 6%, segnando il livello più alto dal dicembre 2022. Si tratta di un balzo drammatico, nettamente superiore al 4,8% previsto dagli analisti, che certifica in modo crudo e inequivocabile l’impatto devastante del blocco dello Stretto di Hormuz e del conflitto in Iran sui costi industriali e commerciali. Ecco il grafico da Tradingeconomics:
Non serve chiamare in causa complessi modelli teorici per comprendere la dinamica dei fatti: l’economia tangibile viaggia su gomma e i camion si muovono a diesel. Quando il costo dell’energia, a livello mondiale, subisce uno shock di questa portata, il conto viene presentato prima alle imprese e, quasi istantaneamente, ai consumatori finali, gonfiando i prezzi di tutto, dai generi alimentari fino alle tariffe aeree.
I numeri di una crisi logistica ed energetica
La traiettoria dei prezzi riflette l’estrema gravità della situazione geopolitica, che ha di fatto paralizzato il transito di un quinto dell’offerta globale di greggio. I dati parlano chiaro:
- Impennata dell’indice PPI: l’indicatore generale è passato dal 3,4% di febbraio, prima dell’inizio delle ostilità, a un pesante 6% nel mese di aprile.
- Il salasso alla pompa: i prezzi della benzina negli Stati Uniti sono balzati oltre i 4,51 dollari al gallone. Il diesel sfiora livelli record toccando i 5,66 dollari, registrando rincari superiori al 50%.
- I costi di trasporto: la spedizione e il trasporto delle merci hanno visto i prezzi schizzare verso l’alto dell’8,1% nel solo mese di aprile.
I numeri del Dipartimento dell’Energia confermano una pressione insostenibile: le scorte di greggio e benzina hanno subito prelievi molto più ampi del previsto. Come sottolinea EJ Antoni, economista della Heritage Foundation, l’aumento dell’inflazione “core” (salita al 4,4%, calcolata al netto di cibo ed energia) dimostra che il rincaro energetico sta avendo un forte effetto in ogni singolo settore dell’economia. Se la merce costa il 50% in più per essere trasportata, la stagione estiva si preannuncia decisamente complessa per le tasche dei cittadini. La situazione ricorda da vicino la fine del 2022, quando i mercati dovettero assorbire il duro urto dell’invasione russa in Ucraina.
Il mercato del debito in allarme: i rendimenti rompono quota 5%
La conseguenza più pesante di questo scenario, capace di far tremare i portafogli dei grandi gestori di capitali, arriva dal mercato obbligazionario. I venti di guerra e la rapida ripresa dell’inflazione hanno spinto i rendimenti dei Titoli di Stato americani a trent’anni sopra la soglia critica del 5% durante l’asta avvenuta ieri 13 maggio. È un evento storico: non si registravano livelli simili dal 2007, esattamente alla vigilia della grande crisi finanziaria globale. Ecco una carta che mostra l’andamento nel tempo di questo rendimento:
L’ultima asta del Tesoro americano, organizzata per collocare 25 miliardi di dollari di nuovo debito a lunghissimo termine, si è conclusa con un rendimento del 5,046%. La domanda del mercato è stata tiepida, un segnale lampante di forte nervosismo. Gli investitori, palesemente spaventati dal rischio inflattivo legato al conflitto in Medio Oriente, pretendono ora premi di rendimento molto più alti per prestare denaro a Washington.
I mercati secondari del titolo trentennale hanno anch’essi superato il rendimento del 5%:
Il contrasto con il recente passato è spietato. Nel maggio del 2020, in piena pandemia, questi stessi titoli a trent’anni rendevano appena l’1,25%. Chi li ha acquistati allora oggi vede il proprio capitale dimezzato in termini di valore di mercato. La debolezza ha colpito duramente anche le aste dei titoli a tre e dieci anni, i cui rendimenti hanno subito forti strappi prima di assestarsi su livelli elevati.
I costi logistici sono fuori controllo, far viaggiare le merci costa una fortuna e finanziare il debito pubblico richiede tassi che non si vedevano da quasi vent’anni. È un ritorno brutale alla dura realtà dei numeri.









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