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La Germania torna a San Pietroburgo: l’industria tedesca riapre a Mosca sfidando la politica
L’industria tedesca sfida i divieti di Berlino e torna al Forum Economico di Putin a San Pietroburgo. In gioco 100 miliardi di asset, il gas a basso costo e la paura di cedere il mercato russo alla Cina.

A San Pietroburgo, il Forum Economico Internazionale (SPIEF) segna un punto di svolta silenzioso. Dopo anni di gelo ufficiale a causa del conflitto in Ucraina, il mondo degli affari tedesco torna a fare capolino all’evento economico più importante ospitato da Vladimir Putin. Non si tratta di figure marginali: parliamo di Thomas Bruch, amministratore delegato di Globus Holding, del produttore lattiero-caseario Stefan Dürr e del presidente della Camera di Commercio russo-tedesca, Matthias Schepp.
Mentre a Berlino la politica, con in testa il leader della CDU Friedrich Merz, mantiene una linea di totale e rigida chiusura verso Mosca, l’economia reale fa i propri conti. E, come spesso accade, i numeri dettano la linea più della diplomazia.
La difesa del capitale e lo spettro cinese
Il pragmatismo industriale tedesco si sta scontrando apertamente con l’impostazione politica. Come fa notare Schepp, l’Occidente non può permettersi di regalare in via definitiva all’Asia un mercato immenso e ricco di materie prime. Mentre l’Europa si ritira per le sanzioni, la Cina avanza a grandi passi: solo nel primo trimestre di quest’anno, Pechino ha aperto ben 1.400 nuove aziende sul suolo russo.
In gioco ci sono cifre che l’industria tedesca, attualmente alle prese con una stagnazione pericolosa, non può ignorare:
- Asset da tutelare: Oltre 100 miliardi di euro di investimenti tedeschi ancora presenti in Russia.
- Presenza sul territorio: Circa 1.600 imprese tedesche continuano a operare localmente.
- Fatturato: Nel 2023 il giro d’affari di queste aziende ha toccato i 20 miliardi di euro.
- Interscambio commerciale: Crollato sotto i 10 miliardi di euro, un abisso rispetto ai 59,7 miliardi del 2021.
Cosa chiedono le imprese (e le ricadute economiche)
I sondaggi condotti dalla Camera di Commercio su 750 membri rivelano un quadro molto netto. Nonostante due terzi degli intervistati ammettano che le sanzioni stiano colpendo duramente l’economia della Russia, c’è una solida resilienza operativa. Il 75% delle imprese si dichiara infatti soddisfatto delle proprie attività locali, pur tra mille difficoltà.
Ma il dato che più deve far riflettere sulle ricadute per il nostro continente è la percezione del danno. Per oltre la metà delle aziende, le sanzioni stanno danneggiando Germania e Russia in egual misura, mentre un buon terzo ritiene che a rimetterci di più sia proprio Berlino. L’energia resta il nervo scoperto: senza i flussi di gas a basso costo, l’industria manifatturiera tedesca vede erosa la sua capacità di generare ricchezza e mantenere l’occupazione. Non è un caso che il 65% delle aziende sondate vorrebbe riprendere subito le importazioni di idrocarburi russi, mentre un altro 31% lo farebbe non appena terminati i combattimenti.
Le condizioni stanno cambiando?
La presenza al Forum di esponenti come Jörg Urban (AfD), oltre a figure dell’editoria e della cultura, segnala una frattura sempre più netta. Da una parte le posizioni fortemente anti-russe di Merz e del governo federale, dall’altra le aziende che si muovono guardando al “dopo”. L’imprenditoria tedesca sembra aver capito che un isolamento permanente significa solo cedere quote di mercato irrecuperabili ai concorrenti asiatici. La politica tedesca prima o poi dovrà fare i conti con un’economia che chiede a gran voce un ritorno al realismo? Oppure si dovrà assistere prima al completo rinnovamento della sua classe dirigente?







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