Dal 2022 l’Italia ha recuperato cinque posizioni nella classifica mondiale dell’attrattività. È uno dei dati più significativi contenuti nel Global Attractiveness Index 2026 elaborato da TEHA Group, che colloca il nostro Paese al diciassettesimo posto tra 146 economie. Una posizione ancora distante dai vertici internazionali, ma accompagnata da un miglioramento costante del punteggio, salito da 60,8 a 62,1 nell’ultimo anno e di 7,3 punti nell’arco dell’ultimo triennio.

Il confronto temporale è politicamente ed economicamente rilevante. La risalita comincia infatti nel 2022, anno dell’insediamento del governo guidato da Giorgia Meloni, e prosegue in una fase caratterizzata da guerre, crisi energetiche, inflazione e progressivo rallentamento dell’economia europea. Nella serie storica ricalcolata dal rapporto, l’Italia guadagna complessivamente cinque gradini, recuperando terreno nei confronti di Germania, Francia e Regno Unito.

Non significa che tutti i problemi strutturali siano stati risolti. Il rapporto fotografa ancora ritardi nella produttività, nel capitale umano e nella capacità di programmare il futuro. Ma certifica anche un cambiamento nella percezione internazionale del Paese: l’Italia appare oggi più stabile, affidabile e capace di offrire continuità agli investitori rispetto all’immagine di fragilità politica e finanziaria che l’ha accompagnata per molti anni.

A sostenere la risalita sono soprattutto alcuni punti di forza ormai consolidati. L’Italia occupa l’ottavo posto mondiale nell’innovazione ed è quarta per diversificazione geografica delle esportazioni. Nel 2025 l’export ha raggiunto il record di 643 miliardi di euro e le vendite verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7%, nonostante le tensioni commerciali e l’incertezza legata ai dazi. Anche l’occupazione ha superato quota 24,3 milioni, il livello più elevato mai registrato.

Il quadro trova conferma anche nell’analisi coordinata dall’economista Marco Fortis per la Fondazione Edison e il ministero delle Imprese e del Made in Italy. Tra il quarto trimestre del 2022 e il terzo trimestre del 2025 l’Italia ha attratto circa 92 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, con un incremento vicino al 20%. Fortis ha più volte sottolineato come la forza italiana risieda nella diversificazione del sistema produttivo, nella capacità di esportare e nella presenza di filiere industriali altamente specializzate, spesso sottovalutate dalle classifiche internazionali tradizionali.

Anche gli economisti che compongono il comitato scientifico del Global Attractiveness Index – tra i quali Enrico Giovannini e Roberto Monducci – indicano tuttavia la necessità di trasformare il miglioramento dell’immagine-Paese in una crescita strutturale più robusta. Il vero banco di prova riguarda la capacità di trattenere i capitali e accompagnarli con investimenti in ricerca, università e formazione. Oggi la spesa italiana in ricerca e sviluppo è ferma all’1,38% del Pil, contro una media europea del 2,13%, mentre quasi un’assunzione programmata su due risulta di difficile reperimento.

Per l’economista Fortis, la solidità delle esportazioni e la crescita degli investimenti dimostrano comunque che l’Italia dispone di fondamentali industriali più forti di quanto emerga dal racconto tradizionale. È una valutazione coerente con la fotografia del GAI: il nostro sistema produttivo compete con successo sui mercati internazionali, ma ha ancora bisogno di migliori condizioni interne per attrarre stabilmente nuovi capitali.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha collegato esplicitamente questi risultati all’azione dell’esecutivo. «Nei tre anni del governo Meloni sono aumentati gli investimenti esteri in Italia del 18% e siamo diventati un Paese leader in Europa, accanto alla Spagna, per investimenti esteri nel nostro territorio», ha dichiarato il ministro. Urso ha ricordato anche la crescita degli investimenti internazionali nella Borsa italiana e nei titoli di Stato, interpretandola come un segnale della maggiore fiducia riscossa dal Paese sui mercati.

Il Mimit sta inoltre seguendo, attraverso il Comitato per l’attrazione degli investimenti esteri, un portafoglio di 64 progetti per un valore lordo complessivo di 71 miliardi di euro. Particolarmente significativo è che circa il 60% di queste risorse sia destinato al Mezzogiorno, che potrebbe diventare uno dei principali beneficiari della nuova fase di investimenti industriali.

Il dato relativo ai flussi del 2025 richiede comunque una lettura equilibrata. Gli investimenti diretti esteri in ingresso sono diminuiti del 27%, ma all’interno di una contrazione internazionale ancora più ampia: il calo ha raggiunto il 36% in Francia e il 29% in Spagna. Anche la rilevazione EY registra 206 nuovi progetti esteri annunciati in Italia, l’8% in meno rispetto al 2024 ma sostanzialmente in linea con la flessione europea del 7%. Rispetto al 2019, tuttavia, il numero dei progetti realizzati o annunciati nel nostro Paese è quasi raddoppiato.

Restano due grandi ostacoli. Il primo è il costo dell’energia, tornato centrale nelle decisioni delle multinazionali dopo l’aggravarsi delle tensioni geopolitiche. Per una potenza manifatturiera importatrice netta come l’Italia rappresenta un evidente svantaggio competitivo. Il secondo è l’“orientamento al futuro”, indicatore nel quale il Paese si colloca soltanto al 76esimo posto, penalizzato dalla demografia, dalla fuga dei laureati e dalla debole crescita della produttività.

La direzione intrapresa dal 2022, però, è difficilmente contestabile. L’Italia ha guadagnato cinque posizioni, ha rafforzato il proprio punteggio e ha ridotto parte della distanza dalle maggiori economie europee. Stabilità politica, credibilità finanziaria, sostegno alle imprese e promozione del Made in Italy hanno contribuito a modificare la percezione internazionale del Paese.

Il diciassettesimo posto non è un traguardo definitivo, ma segna un cambio di passo. Dopo anni nei quali l’Italia veniva descritta quasi esclusivamente attraverso il debito, l’instabilità e la burocrazia, oggi gli investitori tornano a guardarla per ciò che può offrire: una grande piattaforma manifatturiera, un export diversificato, competenze industriali difficilmente replicabili e una posizione strategica al centro del Mediterraneo. La sfida del governo sarà ora consolidare questa risalita, affrontando senza rinvii i nodi di energia, produttività, formazione e semplificazione.