Economia
L’Italia oltre il PNRR: il rapporto Garofoli indica la strada per non disperdere i risultati
La prova più difficile comincia quando finisce la spinta straordinaria. Per l’Italia, l’eredità del PNRR dipenderà dalla capacità di conservare ciò che questa stagione ha insegnato alle istituzioni: scegliere le priorità, rispettare le scadenze, misurare i risultati. È il filo conduttore di «Le leve per la crescita», il rapporto promosso dall’ANCI e curato da Roberto Garofoli, presentato il 27 ottobre alla Camera dei deputati. Un contributo al dibattito sul futuro del Paese che porta la discussione dai finanziamenti disponibili alla qualità delle politiche pubbliche.
I numeri raccolti documentano cambiamenti significativi. I tempi medi di pagamento delle amministrazioni centrali sono scesi, rispetto al 2019, da 53 a 27 giorni. Il resoconto della presentazione segnala inoltre una forte riduzione dell’arretrato civile e il passaggio delle procedure cartacee negli appalti dal 45% del 2023 all’1% del 2025. Miglioramenti che incidono sulla vita delle imprese: essere pagati prima e affrontare procedure più efficienti significa poter impiegare risorse nella propria attività.
La lettura politica che se ne può ricavare è precisa: la modernizzazione amministrativa merita continuità. Le competenze accumulate e la collaborazione tra livelli di governo devono diventare una dotazione stabile dello Stato. Sarebbe una contraddizione finanziare opere e innovazioni per poi lasciare indebolire gli uffici chiamati a gestirle.
Il Mezzogiorno occupa un posto centrale in questa prospettiva. «Il Mezzogiorno, prima che un divario da colmare, è una delle maggiori riserve di crescita dell’intera economia italiana», ha osservato Garofoli. Il curatore richiama quasi mezzo milione di occupati aggiuntivi negli anni del PNRR e circa 11 miliardi di investimenti attratti con la ZES unica. Risultati da consolidare attraverso servizi, competenze e una politica industriale capace di collegare il vantaggio fiscale alla crescita delle imprese e all’assunzione di personale qualificato.
È un passaggio che aiuta a superare una discussione spesso ripetitiva sul Sud. La coesione acquista valore economico quando permette a persone e territori di partecipare alla produzione di ricchezza. Scuole migliori, collegamenti efficienti e amministrazioni capaci rendono più credibili anche gli incentivi agli investimenti.
Lo stesso criterio riguarda le nuove generazioni. Il rapporto propone di misurare sistematicamente l’impatto delle decisioni pubbliche sui giovani e di introdurre un bilancio generazionale annuale. L’obiettivo è rendere visibile quanto lo Stato destina alle diverse età e verificare se le scelte di spesa riducano gli squilibri. A questo si affiancano indicazioni per agevolare l’accesso al mercato degli affitti e rafforzare i percorsi di formazione e inserimento lavorativo. L’autonomia dei giovani diventa così una questione da valutare attraverso risultati verificabili.
Nel confronto alla Camera, Raffaele Fitto ha richiamato il valore di semplificazione, flessibilità e responsabilizzazione, collegando l’esperienza del Piano alle nuove priorità della coesione europea. Casa, acqua, energia e competitività attraversano tanto le difficoltà delle grandi città quanto quelle dei territori che perdono popolazione. Il diritto di restare richiede opportunità di lavoro e servizi accessibili; senza queste condizioni, lo spopolamento continua anche dove arrivano nuovi finanziamenti.
Per i Comuni la responsabilità sarà particolarmente concreta. Un edificio sanitario deve avere personale, una rete digitale richiede manutenzione, un’infrastruttura deve essere utilizzabile. Il valore degli investimenti emergerà negli anni attraverso la qualità dei servizi offerti ai cittadini. È su questo terreno che il rapporto invita a preparare il dopo PNRR: dare stabilità alla capacità di realizzare e far funzionare le politiche pubbliche.








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