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L’insostenibile leggerezza del 3%

L’ossessione del 3% sta soffocando l’economia italiana? Perché il rigore contabile rischia di distruggere il PIL.

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Il nodo che oggi si ripropone nel dibattito di politica economica anche all’interno delle diverse anime della maggioranza non è nuovo, ma assume una rilevanza particolarmente acuta nel contesto attuale: conviene rispettare rigidamente i vincoli europei di bilancio oppure adottare una strategia anticiclica, anche a costo di uno sforamento del deficit, per evitare una contrazione del PIL e un deterioramento del tessuto socio-economico?

Il punto di partenza è un dato solo apparentemente tecnico, ma in realtà decisivo. Nel 2025 il deficit italiano si è attestato al 3,07% del PIL. Per convenzione viene riportato con un solo decimale, quindi al 3,1%. Da qui è nata una narrazione fuorviante: quella secondo cui uno scostamento leggermente inferiore – ad esempio un 3,04% – avrebbe potuto essere arrotondato al 3%, consentendo di rientrare nei parametri. Non è così. Le regole europee prevedono un arrotondamento, ma non quando viene superata la soglia del 3%. Se si eccede quel limite, anche di pochi centesimi, lo sforamento è pieno.

Questo significa che un 3,04% sarebbe stato comunque un’infrazione, esattamente come il 3,07%. In sostanza, lo sforamento registrato vale come se fosse stato del 3,01%: la soglia è binaria, non graduabile. L’Italia avrebbe potuto completare l’ultimo anno del percorso previsto dalla Commissione per il rientro dal disavanzo eccessivo solo con un valore pari o inferiore al 3%. Così non è stato, e il paese resta nella procedura.

Ma fermarsi a questo dettaglio significa guardare il dito e non la luna. Il vero problema non è il decimale in più o in meno, ma la traiettoria dell’economia reale.

Lo shock energetico, infatti, colpisce l’Italia in modo più intenso rispetto ad altri Paesi. Il mix energetico, la forte dipendenza dai carburanti e una struttura produttiva e distributiva in larga parte fondata sul trasporto su gomma amplificano la trasmissione dei rincari lungo l’intera filiera. Non si tratta solo di bollette più elevate, ma di un aumento generalizzato dei costi che si riflette sui prezzi finali.

Ne deriva un’inflazione da costi, non da domanda: erode il potere d’acquisto delle famiglie e comprime i margini delle imprese. A ciò si aggiunge, con elevata probabilità, un ulteriore irrigidimento della politica monetaria: la BCE potrebbe procedere ad aumenti dei tassi, aggravando il costo del credito e del debito pubblico, sia in termini di nuove emissioni sia di pagamento degli interessi, ignorando ancora una volta che l’origine di queste pressioni è esterna e legata a shock di offerta, indipendenti dalle scelte dei singoli Paesi. In altre parole, si rischia di applicare una cura sbagliata a una diagnosi errata.

Il risultato è un equilibrio fragile: domanda interna sotto pressione, investimenti rallentati, prospettive occupazionali in deterioramento. È in questo contesto che la scelta di perseguire rigidamente il rientro del deficit assume un significato completamente diverso da quello evocato nei documenti ufficiali.

Ridurre il disavanzo, infatti, significa comprimere la capacità di intervento pubblico proprio nel momento in cui sarebbe più necessaria: meno risorse per contenere il caro energia, meno sostegno ai redditi, meno strumenti per evitare il crollo dei consumi. Ma se arretra la domanda, arretra anche il PIL. Ed è qui che cade l’equivoco.

La sostenibilità del debito non è una fotografia statica, ma una dinamica. Non dipende solo dal numeratore – il deficit – ma anche, e soprattutto, dal denominatore: il PIL. Se le politiche adottate riducono il PIL, anche un deficit più basso può peggiorare i conti. È il paradosso dell’austerità prociclica: nel tentativo di mettere in sicurezza i conti, si finisce per indebolire l’economia che quei conti dovrebbe sostenere.

Al contrario, uno scostamento mirato e temporaneo, destinato a misure con elevato moltiplicatore fiscale, può evitare una contrazione dell’attività economica e stabilizzare il sistema. In questo caso, il deficit non è il problema, ma parte della soluzione. Non tutta la spesa pubblica è uguale: quella che sostiene redditi e produzione genera effetti che si riflettono positivamente anche sui saldi di bilancio.

A questo si aggiunge un elemento decisivo, quasi assente nel dibattito pubblico: esistono già strumenti europei che consentirebbero di affrontare una fase come questa senza aggravare formalmente il deficit. L’articolo 26 dello stesso Patto di stabilità prevede la possibilità di attivare clausole di salvaguardia in presenza di circostanze eccezionali, permettendo agli Stati di mobilitare risorse straordinarie senza che queste vengano contabilizzate nel disavanzo ai fini del rispetto della soglia del 3%. Si tratta di una valvola introdotta proprio per correggere la rigidità e gli anacronismi delle regole europee. Questo significa che si potrebbero sostenere famiglie e imprese, rafforzare il PIL e, allo stesso tempo, non compromettere formalmente i parametri. Ignorare questa possibilità non è prudenza: è rinuncia.

Va inoltre ricordato un elemento spesso trascurato: l’Italia è già in procedura per disavanzo eccessivo. Un eventuale scostamento aggiuntivo non aprirebbe una nuova procedura, ma ne allungherebbe semplicemente la durata. Il costo istituzionale è limitato mentre quello economico di una scelta sbagliata, molto di più..

Il punto, allora, non è tra rigore e lassismo, ma tra lucidità e miopia. In una fase di pre-crisi, l’ossessione per il decimale rischia di trasformarsi in una forma di cecità strategica.

In definitiva, il tema non è se il deficit sia al 3,2% o al 3%, né se aumentarlo o rientrare formalmente nei parametri. Il punto è se l’economia italiana venga messa nelle condizioni di non arretrare. Perché quando il PIL scende, i vincoli peggiorano da soli. Quando il PIL cresce, anche i vincoli diventano più sostenibili.

Senza crescita non esiste stabilità finanziaria, ma solo l’illusione contabile di averla difesa. Ed è proprio questa dimensione dinamica che le attuali regole europee continuano ancora oggi a sottovalutare e che molta della politica italiana stenta a capire.

Ormai è finito il tempo delle dichiarazioni di buoni propositi: è arrivato il tempo di agire con saggezza.

Antonio Maria Rinaldi

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