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L’Indonesia “scherza” col pedaggio nello Stretto di Malacca: il brivido freddo sul collo di Pechino e del commercio globale
L’Indonesia fa retromarcia sull’ipotesi di tassare lo Stretto di Malacca, largo appena 2,8 km nel suo punto più critico. Un’idea in stile iraniano che fa tremare le catene di approvvigionamento e agita la Cina.

C’è una regola non scritta nella geopolitica: mai scherzare sui colli di bottiglia del commercio globale. Eppure, il Ministro delle Finanze indonesiano, Purbaya Yudhi Sadewa, ha deciso di lanciare il proverbiale sasso nello stagno per poi nascondere, in modo piuttosto precipitoso, la mano. Durante un recente simposio finanziario a Giacarta, il ministro ha accarezzato pubblicamente un’idea a dir poco dirompente: imporre una tassa di transito per le navi che attraversano lo Stretto di Malacca.
L’ispirazione? Le recenti mosse dell’Iran, che nel mezzo delle crescenti tensioni mediorientali, sta valutando di monetizzare il passaggio nel turbolento Stretto di Hormuz. L’equazione di Giacarta, dal punto di vista puramente contabile, è affascinante: se lo fanno loro, perché non potremmo farlo noi, magari dividendo la torta dei ricavi a tre con Malesia e Singapore?
Il ministro si è concesso una risata, liquidando subito la questione per via dei palesi ostacoli legali e geopolitici, ma il mercato globale non ha riso affatto. Del resto quando l’Iran vuole far saltare l’accordo UNCLOS, che regola il libero transito navale nelle acque internazionali, allora le garanzie legali vengono a cadere per tutti.
Il “Choke Point” più nevralgico del mondo
Per comprendere l’entità della questione, dobbiamo guardare i numeri. Lo Stretto di Malacca non è una semplice via d’acqua: è l’arteria giugulare della globalizzazione. Lungo circa 900 chilometri, collega l’Asia al Medio Oriente e all’Europa, facendosi carico di oltre un quarto dell’intero commercio mondiale.
Ma c’è un dettaglio geografico che rende questo specchio d’acqua un incubo logistico: nel suo punto di strozzatura massimo, vicino a Singapore, misura appena 2,8 chilometri di larghezza. È significativamente più stretto di Hormuz. In questo imbuto si accalcano superpetroliere, portacontainer e, come confermato di recente, navi da guerra americane come la USS Miguel Keith. La navigazione è ad altissima intensità, e lo spazio di manovra è pressoché inesistente.
Le ricadute economiche di un simile dazio sarebbero immediate e brutali:
Impennata dei costi assicurativi e di nolo, che verrebbero immediatamente scaricati sui consumatori finali, rinfocolando focolai inflattivi che le Banche Centrali faticano a domare.
Aumento del costo dell’energia in tutta l’Asia orientale, dato che la quasi totalità degli idrocarburi diretti a est passa da qui.
Il nervosismo del Dragone e la fermezza di Singapore
Chi sta sudando freddo, dietro le quinte, è sicuramente la Cina. Pechino soffre da decenni del cosiddetto “Dilemma di Malacca”: l’estrema vulnerabilità della sua economia, fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime e dalle esportazioni di manufatti, rispetto a un blocco (o a un dazio insostenibile) in questo stretto. Un pedaggio, anche minimo, cambierebbe la struttura dei costi dell’industria cinese, già sotto pressione.
A riportare l’ordine ci ha pensato Singapore, l’hub marittimo per eccellenza. Il Ministro degli Esteri Vivian Balakrishnan ha usato parole inequivocabili: il diritto di transito è garantito dal diritto internazionale. Non è un privilegio, non è una licenza, e certamente non è soggetto a pedaggio. Singapore sa bene che la sua ricchezza si basa sul libero scambio; inserire attriti in un sistema fluido significa distruggere valore. Del resto Singapore è ricco per il commercio internazionale e come hub finanziario, due attività che non apprezzano
L’Indonesia, tramite il Ministro degli Esteri Sugiono, ha ribadito la sua storica politica estera “libera e attiva”, confermando che il Paese non cercherà di monetizzare la rotta. Allarme rientrato, dunque. Ma la “battuta” del ministro delle finanze ci lascia un monito inquietante: la catena di approvvigionamento globale è appesa a un filo largo appena 2,8 chilometri. Basterebbe una firma per mandarla in tilt.








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