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Il prezzo del cotone infrange quota 80 centesimi: la morsa tra crisi di Hormuz e siccità ci farà pagare cari anche i vestiti
Il prezzo del cotone vola oltre gli 80 centesimi a causa della siccità in Texas e della crisi nel Mar Rosso. Perché i costi dell’abbigliamento stanno per esplodere e cosa c’entra il blocco del petrolio.

Se pensavate che le tensioni geopolitiche e i capricci del clima si sarebbero limitati a farvi piangere davanti allo scontrino del supermercato o al bancone del benzinaio, preparatevi a una brutta sorpresa. Anche il semplice acquisto di una maglietta o di un paio di jeans sta per diventare un lusso. I futures sul cotone hanno sfondato la soglia psicologica degli 80 centesimi per libbra, toccando i massimi dal maggio 2024. Un’impennata del 20% che spezza un trend ribassista che durava da due anni.
Dietro questa fiammata non c’è solo la classica speculazione finanziaria, ma una vera e propria “tempesta perfetta” in cui i fondamentali agricoli si scontrano con una geopolitica ormai fuori controllo.
Il fattore agricolo: il Texas brucia, il Brasile non basta
L’economia reale parte sempre dalla terra. Attualmente, il raccolto statunitense è sotto la scacco di una siccità devastante in Texas, il principale stato produttore. Parliamo di una delle peggiori siccità degli ultimi due decenni, con appena l’11% del cotone piantato finora.
A cercare di tappare le falle in un mercato globale sempre più asfittico ci sta provando il Brasile. Il colosso sudamericano sta espandendo aggressivamente il suo ruolo commerciale, registrando esportazioni record a marzo e alterando i tradizionali cicli di spedizione. Tuttavia, in un sistema logistico globale già sotto stress, la produzione brasiliana da sola non basta a calmierare i prezzi.
L’onda d’urto di Hormuz e il collasso delle fibre sintetiche
Se la natura ci mette del suo, la vera benzina sul fuoco la stanno gettando i recenti sconvolgimenti in Medio Oriente. Dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, i mercati delle materie prime sono entrati in una spirale caotica. Il blocco de facto dello Stretto di Hormuz ha scatenato un’inflazione da costi spaventosa.
Il prezzo del petrolio è raddoppiato, nelle consegne reali, dall’inizio delle ostilità e le catene di approvvigionamento marittimo sono al collasso, con noli e premi assicurativi schizzati alle stelle. Ma qual è il nesso con i nostri vestiti? Semplice: la filiera del sintetico. Le gravi interruzioni nelle forniture di glicole monoetilenico (MEG) – elemento base per la produzione di poliestere – hanno fatto esplodere i costi delle fibre sintetiche.
Con i derivati petrolchimici fuori gioco o economicamente insostenibili, l’industria tessile è stata costretta a un rapido “ritorno alle origini”, riversando una domanda massiccia e disperata sul mercato del cotone naturale per difendere i propri margini. Come fanno notare gli analisti, ogni giorno in cui il prezzo del MEG rimane alto, la domanda di cotone non farà che crescere.
Il conto da pagare e il riciclo
Cosa significa tutto questo per l’economia di tutti i giorni? Che l’inflazione, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra del nostro guardaroba. L’aumento combinato dei costi di trasporto, dell’energia e della materia prima si scaricherà inevitabilmente sul consumatore finale.
Tuttavia, con un pizzico di ironia che la storia economica spesso ci riserva, questa grave crisi potrebbe ottenere ciò che decine di conferenze sul clima e direttive burocratiche non sono riuscite a fare: rendere finalmente redditizio e vitale il riciclo dei tessuti. Di fronte all’inaccessibilità delle fibre vergini (siano esse naturali o sintetiche), il recupero serio e industriale dei capi usati potrebbe passare dall’essere una costosa pratica “greenwashing” a una stringente necessità di sopravvivenza industriale.
Un’altra alternativa interessante potrebbe essere la canapa: una pianta in riscoperta, molto più robusta del cotone e che necessita una minore quantità d’acqua.
Nel frattempo, preparatevi a rammendare i vecchi jeans: i tempi dell’abbigliamento a basso costo sono, almeno per ora, sospesi.








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