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L’INDIFFERENZA

Ci sono cose che si capiscono dopo molto tempo. Non perché siano difficili ma al contrario perché sembrano facili e sul momento non se ne colgono le implicazioni. Per esempio si dice che l’indifferenza è peggiore dell’odio e da principio si crede d’aver capito: è una battuta per sembrare profondi e intelligenti. È solo col tempo che ci si accorge che in quel detto c’è effettivamente una buona dose di verità. L’odio implica forti sentimenti: collera, sdegno, desiderio di vendetta; chi odia ha un legame molto forte con la persona odiata. L’indifferenza invece nasce quando il turbine delle emozioni si placa ma il giudizio negativo raggiunge tali vette che non si desidera tanto “farla pagare” al colpevole, quanto non averci a che fare. In lui non c’è nulla da salvare. L’unica cosa positiva che si riesce ad ipotizzare, pensando a lui, è dimenticare che al mondo possano esserci persone come lui. L’odio è un sentimento negativo ma vivo e sanguigno. L’indifferenza è gelida e irrevocabile.

In questo difficile momento della vita nazionale capita di pensare a questi due atteggiamenti. Per anni, molti bravi cittadini si sono interessati della cosa pubblica e hanno cercato di distinguere i buoni dai cattivi. Hanno cercato di sostenere, per quanto possibile, chi pensavano potesse fare il bene del Paese contro chi rischiava di danneggiarlo. Se proprio non c’era amore per “i nostri”, c’era almeno preoccupazione e perfino animosità nei confronti degli avversari. Ma tutto ciò è forse finito con la caduta del Muro di Berlino. Gli italiani si sono convinti che non ci sono più i comunisti – o comunque che non hanno più appetito per i bambini – ed hanno visto che l’alternanza al potere non fa andare al comando una volta i buoni e una volta i cattivi, ma una volta i cattivi e una volta i pessimi. Hanno quasi perso il nemico. O, peggio, si sono accorti che l’amico gli somiglia fin troppo. E gli ultimi anni sono stati al riguardo una catastrofe. Al governo si sono avvicendati uomini di centrodestra, uomini di centrosinistra ed anche i famosi “tecnici”, su cui tanti si erano illusi da decenni, e l’Italia ha continuato ad affondare, inesorabilmente.

La conclusione è stata ovvia: “Non importa chi vince, sicuro è che perdiamo noi”. Prima erano solo i semi-analfabeti a non seguire neppure il telegiornale, ora può capitare che siano gli specialisti della politica. Siamo all’indifferenza. Nelle orecchie le parole si fermano prima di raggiungere il nervo acustico. I politici ci promettono la ripresa, ce ne mostrano le avvisaglie, ci abbagliano con luci in fondo al tunnel che vedono soltanto loro, e tutto ciò non ci fa nemmeno andare il boccone di traverso. Anche alle bugie si può fare il callo.

Il successo di Beppe Grillo o di Matteo Renzi non contraddice questa diagnosi. Il primo non rappresenta una diversa linea politica ma soltanto la protesta gridata e radicale, a volte al livello più ingenuo. L’ex comico s’è procurata una patente di autenticità sposando il turpiloquio come prova d’identificazione con la piazza; una piazza esasperata e irrazionale, che vorrebbe soltanto buttare tutto giù. E questa non è politica. Il secondo, proponendosi anche lui come segno di contraddizione con l’establishment, ha fatto tante promesse che la gente ha pensato che forse aveva un asso nella manica. “Magari qualcosa farà. Diamogli una possibilità”. Ma l’irrealtà non è una soluzione per la realtà. La protesta del M5S si è dimostrata sterile e inconcludente, e col tempo si vedrà che l’enormità delle promesse non è sintomo di grandi capacità ma soltanto di grande imprudenza.

L’Italia sta veramente male e nessuno sa o può metterci rimedio. Gli stessi politici non sono tanto colpevoli di non avere creato la ripresa o di non aver creato infiniti posti di lavoro, quanto di aver dato a bere che fossero in grado di farlo. Forse non capiscono che tutto ciò che può fare la nostra politica è mettere i bastoni fra le ruote a coloro che producono benessere. Ed è questo l’errore fondamentale dei “grillini”. Loro reputano sognano di mandare a casa l’intera classe politica senza capire che la nuova non sarebbe diversa dalla vecchia. Perché le mele sarebbero prese dalla stessa cesta. Non capiscono che non si dovrebbe chiedere che lo Stato faccia meglio, si dovrebbe chiedere che faccia meno e ci lasci vivere. È lo statalismo, che ci uccide. E gli italiani cominciano ad accorgersene. Per questo rischiano di lasciare il telegiornale per un documentario sui pesci tropicali.

Gianni Pardo, giannipardo@libero.it

10 luglio 2014

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