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L’incubo dell’antrace a Sverdlovsk: il filtro dimenticato, la strage segreta e il ruolo di Boris Eltsin

Un banale filtro d’aria dimenticato liberò una nube letale di antrace sugli Urali: nel 1979 l’Urss sfiorò una strage metropolitana, insabbiata dal KGB e svelata solo tredici anni dopo da Boris Eltsin.

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La recente notizia arrivata dalla Siberia, con la morte di una ricercatrice a Irkutsk e le richieste di chiarimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per una sospetta infezione da peste, ha riacceso per un attimo l’attenzione sui laboratori russi. Si tratta però di un episodio isolato e circoscritto. Per incontrare il vero abisso della guerra biologica bisogna riavvolgere il nastro di quasi mezzo secolo, tornando a una tragedia immensa, nascosta con ogni mezzo e sepolta dalla censura sovietica: il disastro dell’antrace di Sverdlovsk del 1979.

La notte dell’errore fatale

Tutto iniziò il 2 aprile 1979 a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), città industriale a est degli Urali. Nel “Compound 19”, un laboratorio militare segreto situato a pochi chilometri dai quartieri residenziali, un operaio del turno diurno smontò un filtro di sicurezza intasato da un impianto di essiccazione di polvere di antrace.

L’addetto lasciò una nota per avvisare i colleghi, ma dimenticò di registrare l’operazione sul giornale di bordo ufficiale. Quando arrivò il turno di notte, i tecnici non videro alcuna annotazione e accesero le macchine. Per alcune ore, una polvere invisibile e letale di spore di antrace (Bacillus anthracis) uscì dal camino di scarico, disperdendosi nell’aria fredda della notte.

Una scia di morte e il miracolo del vento

Nelle ore successive la sostanza fece il suo corso. Il bilancio ufficiale parlò di almeno 94 persone contagiate e 64 morti accertati, anche se stime successive ipotizzano numeri più alti. I sintomi erano terribili: febbri alte, tosse con sangue e collasso polmonare. Il primo decesso avvenne dopo soli quattro giorni; l’ultimo sei settimane più tardi.

Negli stessi giorni, pecore e mucche morivano nei campi a sud della città. Quello che salvò centinaia di migliaia di vite fu soltanto la direzione del vento. Come raccontò anni dopo Kanatjan Alibekov, ex vicedirettore scientifico del programma biologico militare sovietico:

  • Il vento soffiò costantemente verso sud, spingendo la nube verso campagne poco abitate e periferie industriali.
  • Se l’aria si fosse mossa verso nord, dritta sul centro cittadino di oltre un milione di persone, i morti sarebbero stati nell’ordine delle centinaia di migliaia.

La favola della carne guasta e il muro del KGB

La reazione del governo centrale di Mosca fu immediata: negare tutto. L’Unione Sovietica aveva firmato nel 1972 la Convenzione internazionale sulle armi biologiche, che vietava la produzione e lo sviluppo di simili agenti. Ammettere l’incidente significava confessare una violazione gravissima dei trattati internazionali.

Mosca costruì subito una versione di comodo: le vittime erano morte di antrace intestinale, provocato dal consumo di carne contaminata venduta illegalmente al mercato nero.

Il KGB si mosse per cancellare ogni prova sul campo. Gli agenti entrarono negli ospedali sequestrando cartelle cliniche e registri autoptici. Squadre speciali rimossero la terra superficiale, abbatterono cani randagi e ridipinsero le facciate degli edifici per eliminare i residui di polvere.

L’amministrazione americana di Jimmy Carter denunciò pubblicamente il sospetto di una fuga militare, ma la propaganda russa respinse le accuse alle conferenze internazionali, convincendo persino parte della comunità scientifica occidentale.

Il ruolo decisivo di Boris Eltsin

In mezzo a questa complessa macchina di segreti e ordini militari si trovava Boris Eltsin. All’epoca Eltsin non era ancora il leader della Russia post-sovietica, ma il potente Primo Segretario del Comitato Regionale del Partito Comunista a Sverdlovsk.

Eltsin si trovò stretto tra due fuochi:

  • Il laboratorio militare rispondeva direttamente al Ministero della Difesa a Mosca e non alle autorità civili locali, tagliando fuori Eltsin dai dettagli operativi interni.
  • Come capo politico della regione, spettava però a lui gestire l’emergenza sanitaria, contenere il panico e far rispettare le ferree direttive di segretezza arrivate dal Cremlino.

Eltsin eseguì gli ordini senza esitazioni pubbliche. Organizzò il cordone sanitario, coordinò la disinfezione della città, dispose il blocco delle forniture alimentari locali e sostenne con fermezza la versione ufficiale della carne avariata. Sotto il suo controllo politico, nessun medico o funzionario osò parlare con l’esterno.

Però Eltsin sapeva che qualcosa non tornava, e infatti , anni dopo, ammise di aver chiesto spiegazioni ai generali e ai vertici del partito a Mosca, ricevendo in cambio soltanto rassicurazioni di facciata e l’ordine perentorio di non fare domande.

La confessione del 1992 e l’indagine di Meselson

Il velo cadde soltanto tredici anni dopo, nel maggio 1992. Con l’Unione Sovietica ormai dissolta, Boris Eltsin sedeva al Cremlino come presidente della nuova Federazione Russa. Durante un’intervista al quotidiano Komsomolskaya Pravda, Eltsin pronunciò parole destinate a chiudere un’epoca: “La causa furono le nostre ricerche militari”.

Eltsin firmò un decreto presidenziale che ribadiva il bando delle armi biologiche e permise a una delegazione di scienziati occidentali, guidata dal biologo di Harvard Matthew Meselson, di entrare a Ekaterinburg tra il 1992 e il 1993.

Gli ispettori non poterono visitare il laboratorio militare, ma riuscirono a ricostruire la verità grazie al coraggio di due patologi locali, Faina Abramova e Lev Grinberg. I due medici avevano conservato campioni di tessuto delle vittime in segreto, nascondendoli al KGB.

Mappando i luoghi in cui si trovavano le vittime al momento della fuga, il team di Meselson dimostrò che tutti i contagiati e gli animali morti erano allineati su una linea retta perfetta, coincidente con la rotta del vento del 2 aprile 1979. La favola della carne infetta svanì per sempre: era stata un’inalazione diretta di aerosol militare.

Il caso della peste odierna è molto diverso, sia per la maggiore trasparenza, sia perché l’incidente è comunque molto più limitato e ricorda quello avvenuto nel Regno Unito nel 1978, con una fuga di vaiolo e la morte di Janet Parker a Birmingham. Però questa è un’altra storia.

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