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Limite a 120 km/h per i treni? La Germania ostaggio del “culto della lentezza”
Mentre Lufthansa taglia i voli interni, le lobby verdi propongono un limite di 120 km/h per i treni. Un’analisi keynesiana di come il “culto della lentezza” stia distruggendo la competitività e le infrastrutture della Germania.

La Germania era un tempo il motore incontrastato dell’Europa, ammirata a livello globale per la sua efficienza industriale, le infrastrutture puntuali e il leggendario Wirtschaftswunder, il miracolo economico. Oggi, tuttavia, il Paese sembra intrappolato in un “culto della lentezza” senza precedenti, quasi dogmatico. L’ultima e surreale proposta, che emerge da circoli di lobby verdi e da portali mediatici come Klimareporter, è a dir poco paradossale: imporre un limite di velocità di 120 km/h. Non solo in autostrada, ma seriamente anche per i treni della Deutsche Bahn. Alla faccia dei treni ad alta velocità.
Il prezzo economico della “decrescita”
Le argomentazioni dei promotori suonano fra l’esoterico e il buffo: ridurre la velocità salverebbe il clima e avrebbe un “enorme effetto culturale di rallentamento e pacificazione”. Tuttavia, ciò che viene venduto come terapia sociale per cittadini stressati, da un punto di vista economico è pura e semplice stagnazione.
Il tutto avviene in un momento a dir poco topico: Lufthansa sta tagliando drasticamente i voli interni e a corto raggio per evidenti ragioni di redditività e di costi, e questo è gradito all’ecologismo tedesco perché taglia le emissioni di CO2. In un’economia avanzata e funzionante, la logica conseguenza sarebbe quella di investire massicciamente in una rete ferroviaria ad alta velocità per garantire la mobilità rapida di forza lavoro e merci, compensando i tagli del trasporto aereo. La soluzione tedesca, invece, qual è? Rallentare artificialmente il mezzo di trasporto rimanente. Magari con l’obiettivo non dichiarato di far restare tutti comodamente a casa.
Quando la prima compagnia aerea del Paese riduce la connettività, i flussi di business ne risentono immediatamente. Senza voli e con treni a 120 km/h, manager, tecnici e merci viaggiano a velocità del secolo scorso. Questo crea un collo di bottiglia sistemico che deprime la domanda aggregata. Una rete infrastrutturale rapida è la spina dorsale di ogni nazione industriale: abbassa i costi di transazione e aumenta il moltiplicatore economico. Un Paese che frena le proprie infrastrutture distrugge la propria competitività.
La demolizione come nuovo progresso?
Quanto questo culto anti-crescita sia radicato nelle istituzioni è evidente dalla burocrazia paralizzante e dallo stallo totale delle grandi opere. La parola Rückbau (che letteralmente indica lo smantellamento o la distruzione di infrastrutture) viene ormai celebrata come una nuova forma di progresso.
I fatti nudi e crudi rivelano un dramma sistemico:
- Costruzione vs. Smantellamento: La costruzione della centrale nucleare Isar II, nella “vecchia” e dinamica Repubblica Federale, richiese nove anni dal primo progetto all’allaccio alla rete. Il suo smantellamento, iniziato nel 2024, si protrarrà almeno fino al 2040. Quasi il doppio del tempo per distruggere ciò che si era faticosamente creato.
- Infrastrutture al palo: I tempi di pianificazione per un ponte, una stazione o un nuovo binario richiedono decenni. Il leggendario “passo tedesco” è diventato un passo di lumaca.
- Mobilità stigmatizzata: Viaggiare velocemente viene moralizzato e condannato.
Un Paese paralizzato
Il top manager Rudolf von Bennigsen-Foerder, figura chiave della rinascita tedesca, lo aveva sintetizzato perfettamente: «Chi smette di migliorare, ha smesso di essere bravo». L’esaltazione dell’immobilità e la fuga nei “ritiri del silenzio” per fermare il tempo potranno anche affascinare i radical chic,chi ha un reddito fisso e sicuro, ma per un’economia nazionale sono letali. Se la politica e l’amministrazione smettono di pensare al futuro e romanticizzano il regresso tecnologico, la Germania verrà inesorabilmente tagliata fuori. Un Paese che si auto-incatena non dovrebbe poi stupirsi se investitori, capitali e giovani talenti fuggono altrove.







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