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L’Europa della subordinazione volontaria: tra captatio benevolentiae e sindrome di Stoccolma

Governi europei in ginocchio davanti a Bruxelles: dalla captatio benevolentiae alla sindrome di Stoccolma. Sacrificano sovranità e volontà popolare per l’approvazione tecnocratica, difendendo vincoli che strangolano l’economia e svuotano la democrazia dall’interno.

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Ci sono due espressioni, appartenenti a mondi apparentemente lontani — la retorica classica e la psicologia comportamentale — che, lette insieme, consentono di comprendere con straordinaria precisione il rapporto ormai patologico instauratosi tra molti governi europei e le istituzioni dell’Unione Europea: captatio benevolentiae e sindrome di Stoccolma.

La prima nasce nella cultura latina. Captatio benevolentiae significa letteralmente “conquista della benevolenza”. Nella retorica antica indicava la tecnica attraverso cui l’oratore cercava di predisporre favorevolmente il proprio interlocutore mediante parole concilianti, adulazione, compiacenza o atteggiamenti deferenti. Era un artificio introduttivo, uno strumento persuasivo finalizzato a ottenere ascolto, consenso e approvazione. Nella politica contemporanea europea, però, quella che un tempo era una semplice tecnica retorica si è trasformata in un vero e proprio metodo di sopravvivenza politica.

La seconda appartiene invece alla moderna psicologia. La sindrome di Stoccolma descrive il meccanismo attraverso il quale il soggetto sottoposto a una condizione di dipendenza o costrizione finisce progressivamente per identificarsi con chi esercita il potere su di lui, arrivando persino a giustificarne i comportamenti e a difenderne gli interessi. È il passaggio psicologico decisivo: la subordinazione non viene più percepita come tale, ma come una condizione inevitabile, perfino rassicurante.

È precisamente nell’intreccio fra questi due fenomeni che si colloca oggi gran parte della politica europea.

Da un lato vi è la continua ricerca della “benevolenza” di Bruxelles: governi che, ancora prima di assumere decisioni economiche o sociali, si preoccupano di rassicurare la Commissione europea, la BCE, l’Eurogruppo e i mercati finanziari circa la propria affidabilità, disciplina e “responsabilità”. Dall’altro lato emerge un fenomeno ancora più grave: l’interiorizzazione dei vincoli europei fino al punto da considerarli non più imposizioni esterne, ma verità indiscutibili, parametri superiori perfino alla volontà democratica espressa dagli elettori.

La captatio benevolentiae diventa così il comportamento politico. La sindrome di Stoccolma ne rappresenta invece l’evoluzione psicologica.

I governi cercano inizialmente l’approvazione delle istituzioni europee nella convinzione di ottenere margini di flessibilità, concessioni, riconoscimenti politici o maggiore tolleranza sui vincoli di bilancio. È il classico atteggiamento di chi pensa che mostrando disciplina e fedeltà potrà ricevere comprensione.

Ma accade esattamente il contrario.

Più ci si mostra disponibili alla subordinazione, più il sistema europeo irrigidisce le proprie pretese. Perché la struttura tecnocratica dell’Unione non considera la deferenza come un merito straordinario, bensì come una condizione normale e dovuta. Bruxelles non premia l’obbedienza: la pretende.

È qui che il meccanismo si trasforma in dipendenza.

Governi eletti sulla base di programmi alternativi finiscono rapidamente per uniformarsi al linguaggio e alle priorità di Bruxelles. Le promesse di revisione dei trattati, di difesa degli interessi nazionali, di tutela del potere d’acquisto, di protezione del tessuto produttivo o di riduzione della pressione normativa vengono progressivamente accantonate in nome della “credibilità europea”.

Nasce così un fenomeno paradossale e profondamente antidemocratico: il consenso interno viene sacrificato per inseguire la legittimazione esterna.

Il giudizio determinante non è più quello degli elettori ma quello delle istituzioni sovranazionali, delle agenzie di rating o della finanza internazionale. La sovranità popolare viene subordinata alla ricerca dell’approvazione tecnocratica. La politica non cerca più il consenso dei cittadini: cerca la certificazione di affidabilità da parte dei custodi dell’ortodossia europea.

Ed è proprio in questa dinamica che emerge uno degli aspetti più rivelatori e politicamente più inquietanti dell’attuale costruzione europea: la sistematica tendenza dei governi, una volta giunti al potere, a circondarsi di figure considerate “gradite” ai centri decisionali dell’Unione Europea, anche quando queste risultano lontane dalla linea politica che aveva consentito loro di vincere le elezioni.

Accade così che ministeri strategici, direzioni generali, authority indipendenti, partecipate pubbliche o incarichi apicali vengano affidati non a personalità coerenti con il mandato ricevuto dagli elettori, ma a tecnocrati, funzionari o profili percepiti come rassicuranti per Bruxelles. È una sorta di genuflessione preventiva: la dimostrazione plastica della propria fedeltà all’ordine europeo.

In altri termini, alcuni governi sembrano voler comunicare ai vertici dell’Unione un messaggio preciso: “Non temete il risultato elettorale, il sistema resterà comunque sotto controllo”. E così, perfino forze politiche nate criticando l’impianto europeo finiscono spesso per nominare uomini perfettamente integrati nella cultura tecnocratica comunitaria, quasi a voler compensare attraverso le nomine ciò che avevano dichiarato in campagna elettorale.

In questo quadro, perfino politiche manifestamente dannose per gli interessi economici nazionali vengono accettate e difese con zelo quasi ideologico. Basti pensare all’accumulo incessante di regolamentazioni europee, ai vincoli di bilancio pro-ciclici, alla transizione ecologica imposta secondo tempi incompatibili con la struttura industriale di molti Stati membri oppure alle rigidità monetarie che impediscono politiche anticicliche efficaci.

Eppure, nonostante gli effetti sempre più evidenti — stagnazione economica, perdita di competitività, desertificazione industriale, compressione del ceto medio e crescente sfiducia popolare — la risposta delle classi dirigenti europee rimane sempre la stessa: maggiore integrazione, più regole, ulteriori cessioni di sovranità.

È il segnale più evidente della sindrome di Stoccolma politica.

Il soggetto subordinato non si limita più a obbedire: arriva a difendere il sistema che ne limita l’autonomia, convincendosi che non esistano alternative possibili. E quando una classe dirigente smette perfino di immaginare un’alternativa, la rinuncia alla sovranità diventa una forma di dipendenza culturale.

La conseguenza è devastante per la democrazia.

L’elettore percepisce infatti una crescente irrilevanza del voto. Cambiano le maggioranze, cambiano i governi, cambiano perfino le parole utilizzate in campagna elettorale, ma una volta giunti al potere il comportamento reale converge inevitabilmente verso il medesimo schema: rassicurare Bruxelles, rispettare i parametri, evitare conflitti con l’architettura europea.

È la neutralizzazione preventiva della politica.

La captatio benevolentiae verso i centri decisionali europei diventa quindi non un semplice atteggiamento diplomatico, ma una forma strutturale di subordinazione. La sindrome di Stoccolma ne costituisce il completamento culturale e psicologico: l’accettazione interiore della propria dipendenza.

Il punto più drammatico è che questo meccanismo non produce nemmeno i benefici promessi.

I governi che sacrificano consenso interno per ottenere benevolenza esterna scoprono quasi sempre di non ricevere né reale flessibilità né autentica autonomia decisionale. Ottengono semmai rinvii temporanei, concessioni marginali o formule comunicative utili esclusivamente a mantenere intatto il paradigma dominante. In altre parole, cedono sovranità concreta in cambio di tolleranza temporanea.

Nel frattempo, però, il rapporto fiduciario con gli elettori si deteriora progressivamente.

E così l’Europa entra in un vortice politico sempre più pericoloso: classi dirigenti sempre più dipendenti dall’approvazione delle istituzioni sovranazionali e cittadini sempre più convinti dell’inutilità della rappresentanza democratica.

Quando la politica smette di rappresentare gli interessi dei popoli per trasformarsi nella continua ricerca della benevolenza del potere tecnocratico, la democrazia si svuota dall’interno. Perché una democrazia nella quale i governi temono più il giudizio di Bruxelles che quello dei propri elettori è una democrazia che ha già iniziato a perdere sé stessa.

Ed è forse proprio questa la più grande crisi dell’Unione Europea contemporanea: non economica, non monetaria, ma psicologica, culturale e democratica. La vera forza di un sistema politico si misura infatti dalla capacità di difendere la propria autonomia decisionale, non dalla velocità con cui si adegua ai vincoli imposti dall’esterno.

E un’Europa che trasforma la subordinazione in virtù rischia inevitabilmente di trasformare anche la democrazia in una semplice procedura priva di sovranità reale.

Antonio Maria Rinaldi

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