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L’Esercito USA svela MAYHEM 10: il “coltellino svizzero” dei droni che fa tutto da solo. Ma a quale prezzo?
Oltre 100 km di raggio, testate Javelin e IA per operare in sciame senza GPS: svelato il MAYHEM 10, il nuovo drone modulare USA che rivoluziona la guerra (e solleva inquietanti dubbi sull’autonomia delle armi).

Se c’è una cosa che i recenti teatri operativi ci hanno insegnato, è che i cieli non appartengono più ai caccia da cento milioni di dollari, ma a sciami di dispositivi molto più economici, letali e, soprattutto, “spendibili”. AeroVironment, già nota per i micidiali Switchblade, ha deciso di fare il salto di qualità presentando il MAYHEM 10. E se il nome (letteralmente: caos, distruzione) è tutto un programma, le sue specifiche tecniche lo sono ancora di più.
Non stiamo parlando della solita munizione circuitante “usa e getta”, ma di un sistema modulare, autonomo e progettato per operare nel peggiore degli scenari possibili: quello in cui il GPS non funziona e le comunicazioni sono disturbate.
Oltre il drone kamikaze: la modularità al potere
La vera novità del MAYHEM 10 non risiede tanto nella sua aerodinamica, quanto nella sua architettura aperta. L’Esercito USA ha capito che avere un drone che fa solo ricognizione e un altro che fa solo attacco è un lusso logistico inaccettabile.

Il MAYHEM 10 (che rientra nei droni di “Gruppo 2”, cioè dai 9 ai 25 kg) è dotato di una sezione frontale rimovibile. Con un’interfaccia standardizzata, le truppe sul campo possono decidere in meno di cinque minuti cosa farne:
- Decoy (Esca): Per confondere le difese antiaeree nemiche.
- Guerra Elettronica (EW): Per disturbare le comunicazioni avversarie.
- Ponte Radio: Per mantenere i contatti quando la morfologia del terreno blocca i segnali.
- Attacco Cinetico: Può montare la testata multiuso del missile Javelin, trasformandosi in un incubo per i carri armati.
I numeri del sistema
Per i non iniziati, traduciamo le specifiche in capacità tattica reale. Avere un raggio d’azione di 100 km significa che un’unità di fanteria o un elicottero Apache possono colpire o spiare le retrovie nemiche rimanendo comodamente fuori dal raggio d’azione dell’artiglieria o della contraerea avversaria.
| Specifica Tecnica | Dettaglio |
| Raggio d’azione | > 100 km (62 miglia) |
| Autonomia di volo | 50 minuti |
| Velocità | Crociera 128 km/h (80 mph), Picchi > 190 km/h |
| Carico utile (Payload) | 4,5 kg (10 libbre) modulare |
| Tempo di schieramento | < 5 minuti |
| Piattaforme di lancio | Terra (fissa/veicolo), Aria (elicotteri), Mare (navi/sottomarini) |
L’Intelligenza Artificiale e il concetto di “Sciame”
Qui entriamo nel vivo (e nel leggermente inquietante). AeroVironment non sta vendendo solo un missile intelligente, ma un sistema di attacco collaborativo. Grazie a processori IA integrati (sviluppati con Applied Intuition) e reti mesh sicure (MANET), questi droni non hanno bisogno di un operatore che li guidi con il joystick uno per uno, ma si coordinano e guidano da soli.
Possono operare in gruppo: un MAYHEM fa da esca, un altro identifica il bersaglio tramite riconoscimento ottico automatico (anche in assenza di GPS, aggirando il jamming nemico), un terzo fa da ponte radio e il quarto sgancia la testata. Il tutto comprimendo il ciclo decisionale a una manciata di secondi. L’azienda afferma di essere pronta a sfornarne 240 al mese, dimostrando che l’industria bellica si sta spostando dalla produzione di pochi “gioielli” artigianali alla massa critica industriale.
Tutto questo è tecnologicamente affascinante e tatticamente ineccepibile. Garantisce la sopravvivenza dei soldati e massimizza i danni. Tuttavia, sorge spontanea una domanda che non possiamo più ignorare, osservando l’evoluzione di questi “effettori lanciati” capaci di riconoscere un bersaglio e coordinarsi in totale autonomia: un drone come questo, sempre più svincolato dal controllo umano e guidato dall’IA, prima o poi non verrà a costituire una minaccia collettiva sfuggendo a chi lo ha programmato?







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