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L’effetto Trump e il “grimaldello” belga: come l’Europa subisce il dumping dell’e-commerce cinese

Oltre 4 milioni di pacchi cinesi al giorno invadono l’aeroporto di Liegi. Dalla stretta USA alle scappatoie UE: come il dumping dell’e-commerce aggira le regole e colpisce l’industria europea.

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L’aeroporto merci di Liegi è al collasso. Ogni giorno, oltre quattro milioni di piccoli pacchi provenienti dalla Cina atterrano nello scalo belga. A fronteggiare questo tsunami logistico ci sono, in tutto, 80 agenti doganali. Una sproporzione che, oltre a rasentare il grottesco, nasconde un problema macroeconomico e normativo di prima grandezza per l’Unione Europea.

L’esplosione dei volumi non è un evento casuale, ma il risultato diretto di due precise dinamiche geopolitiche e fiscali. La UE viene schiacciata dalla concentrazione degli sdoganamenti in pochi aeroporti e da due fattori fiscali e geopolitici:

  • La stretta americana: L’amministrazione Trump ha eliminato l’esenzione de minimis per i pacchi di valore inferiore agli 800 dollari, deviando di fatto immensi flussi commerciali verso i mercati europei.

  • La frammentazione europea: Nazioni come Francia e Italia hanno introdotto tariffe di gestione nazionali per le piccole spedizioni, nel tentativo di arginare il fenomeno.

Di conseguenza, i colossi dell’e-commerce asiatico (come Shein, Temu e Alibaba) hanno semplicemente riprogrammato i loro algoritmi logistici verso la via di minor resistenza: il Belgio.

Sfruttando il regime europeo di esenzione doganale per le merci di scarso valore, Liegi si è trasformata nel grimaldello perfetto per scardinare il mercato unico. Ma il problema, come ammette candidamente il capo delle dogane belghe Kristian Vanderwaeren, non è solo quantitativo. È squisitamente qualitativo.

I dati sui controlli doganali a campione sono impietosi:

  • Il 30% dei pacchi ispezionati viola palesemente gli standard europei di sicurezza e conformità.

  • Per settori sensibili come i prodotti cosmetici, il tasso di infrazione tocca il 100%. Praticamente non dovrebbero neanche partire.

Siamo di fronte a un flusso di importazioni che, di fatto, parassita l’economia europea. Non si tratta di libero scambio o di fisiologica concorrenza, ma di un dumping strisciante favorito dalle asimmetrie normative. Questi prodotti bypassano i controlli, eludono la fiscalità e colpiscono al cuore il tessuto produttivo e commerciale locale, che è invece gravato da costi normativi ed energetici enormemente superiori. Dovrebbero essere fermati, eppure il Belgio li fa passare.

Bruxelles sta timidamente correndo ai ripari, proponendo a livello comunitario una tariffa di gestione di 2 euro e una tassa fissa di 3 euro per i pacchetti sotto i 150 euro. Pechino, prevedibilmente, protesta parlando di misure inique. Tuttavia, la vera asimmetria risiede nel permettere che un’infrastruttura continentale venga utilizzata per aggirare le regole che le nostre stesse aziende sono obbligate a rispettare. Se non si interviene alla fonte, esigendo la conformità doganale prima dell’imbarco, l’Europa continuerà a finanziare la propria deindustrializzazione a colpi di micro-spedizioni online.

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