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Le Ombre del Modello tedesco

Il Quotidiano della Confindustria, il Sole 24 Ore, attraverso un articolo del corrispondente Alessandro Merlo, Tanti mini-salari, pochi ingegneri e disuguaglianze. Ecco le Ombre del Modello Tedesco, analizza il modello tedesco e mette in evidenza le ombre della stesso. E’ interessante notare che dopo mesi e mesi di eurismo sfegatato, il quotidiano degli industriali, inizi a sfornare articoli critici a rullo.

 

Il modello tedesco si aggira per l’Europa. il “Modell Deutschland über alles“, come lo definì il settimanale “Economist” un paio d’anni fa, è indicato come la soluzione di tutti i mali dell’Eurozona e ha prodotto un’economia che, seppure a stento, cresce invece di contrarsi e, soprattutto, dove la disoccupazione è al 5,4% e quella giovanile sotto l’8%. Il confronto con il resto dell’area euro è impietoso.

Recentemente, questo modello è stato sottoposto a un’attenta revisione, anzitutto in Germania, e ha rivelato un lato oscuro i cui elementi principali sono la creazione di una vasta classe di sotto-occupati, la difficoltà di integrazione della manodopera straniera che la demografia sfavorevole impone di importare, le ampie diseguaglianze che aprono alcune crepe su un modello sociale da sempre fondato sulla solidarietà.

Sono tutti argomenti che, se non domineranno l’agenda delle elezioni in programma il 22 settembre, dovranno però essere affrontati dal Governo che si insedierà dopo. Consapevole di questo fatto, il cancelliere Angela Merkel, con caratteristico pragmatismo, ha cominciato a metterci mano fin d’ora, senza farsi scrupolo di impadronirsi di alcune idee dell’opposizione.

L’aumento di competitività della Germania negli ultimi anni rispetto ai partner europei, generalmente attribuito ai benefici delle riforme del mercato del lavoro realizzate dal Governo Schröder, la cosiddetta Agenda 2010, ha un’origine meno ovvia di quanto appare a un’analisi superficiale. Non è venuta, osserva Sebastian Dullien, in uno studio appena pubblicato dallo European Council on Foreign Affairs, da un aumento della produttività, che anzi è cresciuta più lentamente nell’ultimo decennio che in quello precedente e non differisce in modo significativo dalla media del’eurozona. Il fattore decisivo è stato invece un ferreo controllo sui salari nominali, che a sua volta, insieme alla debolezza degli investimenti, ha generato il surplus dei conti correnti. Al basso livello d’investimento ha contribuito la compressione di quello pubblico, compreso in educazione e ricerca e sviluppo. Una ragione in più, secondo Dullien, per non additarlo a modello al resto d’Europa.

Il controllo salariale è venuto anche dalla creazione di un’armata di mini-jobs, come vengono definiti in Germania i lavori che pagano meno di 9 euro all’ora e che consentono, fino a 450 euro al mese, di restare esenti da imposte. Al settembre 2012, 7,4 milioni di lavoratori avevano questo tipo di occupazione, rispetto a meno di 6 milioni nel 2003. 

Una larga parte di questi lavoratori a bassi salari non sono coperti dai contratti collettivi, attraverso i quali la forza lavoro impiegata in modo regolare ha recuperato potere d’acquisto negli ultimi due anni. I salari reali di questi lavoratori sono calati del 7,5% fra il 1999 e il 2010, i primi dieci anni dell’unione monetaria, mentre quelli dei lavoratori a tempo pieno sono saliti del 25% (contro un’inflazione del 18%). I mini-jobs consentono maggior flessibilità ma sono una via senza uscita: le imprese non hanno ragione per passare i lavoratori a un impiego più permanente, mentre l’esenzione fiscale convince i lavoratori stessi a a restare in una sorta di trappola.

 

Commento

Abbiamo gia’ analizzato la questione dei minijob nell’articolo: Euro-crisi: Germania, Italia e gli altri, un matrimonio destinato a finire male…. molto male.

L’articolo sostanzialmente smonta alcune classiche affermazioni che costantemente a tutti i livelli si sentono ripetere, che possiamo riassumere nella seguente frase:

La Germania ha fatto le Riforme e per questo va bene. In questo modo ha aumentato la produttivita’,  investito massicciamente, fatto ricerca e sviluppo, innovato e fatto prodotti migliori.

Questa affermazione e’ semplicemente FALSA.

Chi vi viene a raccontare il miracolo tedesco, dicendo “guarda le auto ed i prodotti tedeschi, che in questi anni hanno fatto un salto tecnologico e qualitativo imponente, mentre noi siamo rimasti al palo” fa sostanzialmente un esempio completamente contrastante rispetto agli indicatori macro-economici; la Germania ha conquistato in questi anni quote, non grazie ad un incremento di innovazione tecnologica (conseguente ad incremento di investimenti, che non c’e’ affatto stato), ma semplicemente grazie ad una maggiore competitivita’ sul fronte dei prezzi (infatti il deflattore dell’export tedesco s’e’ ridotto).

La Germania ha semplicemente compresso i salari, ed al contempo ha compresso i consumi, e ridotto come non mai gli investimenti, e grazie a questa politica ha minimizzato l’import e massimizzato l’export, ampliando a dismisura l’attivo commerciale. I risparmi in eccesso non sono andati verso investimenti produttivi in patria, ma a finanziare le bolle nei paesi periferici, ed il repentino massivo rientro di capitali e’ alla base della crisi che viviamo dal 2010. La politica fatta dalla Germania e’ stata semplicemente una politica predatoria verso il resto dell’eurozona.

Comunque, ricordiamo una formuletta interessante e nota a pochi in Economia:

CA= R – I

Il saldo delle partite correnti, CA, è uguale alla differenza fra risparmio nazionale (R) e investimenti (I).

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Nel periodo 1995-2000, la Germania ha avuto un Risparmio Nazionale pari al 21/22% del PIL, quota salita al 23/26% nel 2005/2007.

Nel periodo 1995-2000, la Germania ha avuto Investimenti pari al 22/23% del PIL, quota crollata al 17/19% nel 2005/2007.

Ovviamente il Saldo delle Partite correnti, prossimo alla parita’ nel 1995-2000, e’ schizzato al 6-8% nel 2005-07, che e’ una cifra enorme.

Ma se guardate con attenzione le cifre di cui sopra, e’ proprio il collasso degli investimenti ad aver fatto la parte del leone. L’aumento del risparmio nazionale, e’ conseguente ad una politica depressiva sulla domanda interna, ed una politica predatoria dei paesi vicini sul fronte dell’import/export, basata sulla ferrea compressione salariale, e non certo sull’innovazione e sulla ricerca.

 

By GPG Imperatrice

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